Attaccamento e relazioni

L'amore, la passione, il desiderio sono dimensioni della vita affettiva che fanno parte di un processo più ampio che si chiama “attaccamento” e che si definisce come: “propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia “ . (Bowlby, 1969). John Bowlby, con la sua “teoria dell’attaccamento”, avvalorata da rigorose ricerche confermate sperimentalmente, sostiene che lo sviluppo emotivo della persona dipenda dalle caratteristiche del legame che s’instaura fra madre e bambino. Le ricerche di Mary Ainsworth e dei suoi collaboratori (Ainsworth et al., 1978; Sroufe, Waters, 1977) suggeriscono che la disponibilità della figura primaria di attaccamento a comportarsi come rifugio e la sua affidabilità come base sicura esercita un’influenza sul tipo di attaccamento che il bambino svilupperà e sono in larga misura responsabili dell’individuazione di una soglia di attivazione del sistema comportamentale di attaccamento. Ricerche successive (per esempio K.E Grossman, K.Grossman, 1991; Main, Kaplan, Kassidy, 1985; Sroufe, 1983; Waters, 1978) hanno evidenziato come, nelle famiglie stabili, questi pattern si mantengono generalmente intatti nei primi anni di vita, modificandosi invece qualora accadano cambiamenti nell’ambiente sociale del bambino (Egeland, Erbe, 1984; Vaughn et al., 1979). Gli studi confermano la tendenza ad assumere in età adolescenziale con i pari, e in età adulta con il partner, lo stesso ruolo assunto durante l’infanzia con il genitore di riferimento, nella speranza questa volta di ottenere quelle risposte di reciprocità non avute in passato. Come agiscono sul bambino e sull’individuo adulto questi differenti stili di attaccamento? Gli individui sviluppano rappresentazioni mentali, chiamate Internal Working Model (IWM), che consistono in una serie di attese che l’individuo ha nei confronti di se stesso, delle figure espressive della sua esistenza, e del rapporto tra sé e queste figure. (Bowlby 1973). Da un punto di vista clinico l’importanza di definire lo stile di attaccamento si ricollega alla possibilità di poter dare un’interpretazione ai disagi del bambino, di riconoscerli in tempo e di prevenire attraverso l’intervento psicologico, patologie paralizzanti e ben più difficili da risolvere in età matura. Main, Kaplan e Cassidy, (1985) hanno rielaborato e ridefinito i Modelli Operativi Interni. La nuova riformulazione del concetto da parte di M. Main e dei suoi collaboratori ha costituito un cambiamento paradigmatico. Ora sono visti come correlati non soltanto alle differenze individuali a livello del comportamento non verbale, ma anche alle differenze sul piano rappresentazionale, che influenzano il linguaggio, il pensiero e la memoria. Inge Bretherton (1985) rendeva evidente alcuni approfondimenti in merito all’organizzazione dei modelli operativi, proponendo nuovi concetti in seguito sviluppati anche in altri lavori sia dalla stessa Bretherton (1990,1991,1992) Bretherton, Munholland, (1999) sia da Zeanah e Anders (1987). Crittenden (1997) sostiene che diviene possibile ipotizzare che tali modelli procedurali rappresentino le matrici attraverso le quali gli affetti e le prime esperienze danno forma al comportamento adulto, senza necessità di valutazione attiva delle condizioni presenti e delle passate esperienze per organizzare le risposte. influenza direttamente la capacità della mente di integrare l’esperienza, e anche la capacità di adattarsi a stress futuri. Inoltre, sempre secondo Siegel, che rileva l’importanza delle esperienze implicite, il senso che ognuno ha di se stesso è plasmato dai ricordi, espliciti e impliciti, costruiti in base ai propri modelli mentali e alla coloritura soggettiva attribuita alle esperienze. Fonagy, (2001°, 2001 b), distingue dunque tra un livello in cui la rappresentazione degli eventi è formata dal semplice richiamo di ricordi generali e specifici relativi alle esperienze di attaccamento e un livello evolutivamente successivo, in cui la rappresentazione degli eventi è caratterizzata da una maggiore consapevolezza dei propri stati mentali. Lo stesso Freud, (1905) affermò che il legame tra madre e figlio è qualcosa di talmente forte che inevitabilmente sarà preso in esempio come prototipo di tutte le altre relazioni d’amore. “ La relazione del bambino con la madre è unica, senza paralleli, tale che una volta stabilita si mantiene inalterabile per tutta la vita come la prima e più forte relazione d’amore, e come il prototipo di tutte le successive relazioni d’amore “. Il padre della psicoanalisi ha interpretato il legame del bambino con la madre in termini di motivazione secondaria. La madre è colei che può soddisfare bisogni che gli psicoanalisti considerano primari, quali il bisogno di essere alimentato, quello di essere pulito, e quelli a sfondo sessuale da ricondurre alla libido. La madre è, pertanto, l’oggetto su cui il piccolo può scaricare le tensioni derivanti dall’accumulo di energia che occorrerebbe se queste necessità non fossero soddisfatte. L’amore del bambino sarebbe quindi un amore fortemente “interessato”, l’effetto collaterale del bisogno di eliminare le condizioni di disagio. Ancor prima della madre, per Freud il primo oggetto di amore è se stesso, la propria persona, perché nella fase iniziale della vita si vivono le percezioni e le sensazioni come provenienti da se stessi e conseguentemente ci s’investe narcisisticamente sulla propria persona . In questo caso l’oggetto d’amore è il proprio corpo, come nel mito di Narciso. A differenza di Freud, Bowlby riporta l’angoscia alla minaccia di perdere la figura di attaccamento e riconduce le difese inconsce dai sentimenti di dolore e di perdita agli eventi interpersonali vissuti nelle prime fasi di sviluppo. Da un punto di vista cognitivo, Piaget (1923) ha mostrato, con una serie di esperimenti, che le nostre capacità intellettive procedono per un susseguirsi di stadi, qualitativamente diversi gli uni dagli altri. In ogni stadio le conoscenze acquisite sono assimilate a schemi mentali che si modificano e consentono l’adattamento a nuove sfide. Parla di “stadio di permanenza dell’oggetto “indicando la capacità del bambino di rappresentarsi mentalmente oggetti e persone non fisicamente presenti nel campo visivo: sa che la madre e gli oggetti esistono, anche se lui non li vede, sono, per l’appunto, permanenti. Werner e Silbereisen (2003) hanno riscontrato in una loro ricerca che le ragazze che hanno un rapporto conflittuale con il padre, fatto di abusi sessuali e psicologici, o con padri che non adempiono esperienza di sostegno, hanno maggiori possibilità di coinvolgersi in relazioni affettive patologiche. (Mileer, 1994; Werner et al., 2003). Le diversità nelle capacità e nel modo di amare degli adulti rispetto ai bambini riguardano la qualità di ciò che si prova, non la quantità. L’amore, come costrutto multidimensionale, e le differenze individuali sono da ricondurre ai percorsi affettivi di ciascuno.(Attili,2004). Gli psicologi che studiano l’attaccamento (Shaver, Hazan,Brasshaw,1998), con le loro ricerche, hanno potuto mostrare che quando si è sentimentalmente legati a qualcuno il rapporto è costituito da quattro componenti che appaiono in sequenza: mantenimento del contatto, specialmente quando si è turbati, ansia da separazione quando la persona amata non è presente ed effetto base e rifugio sicuro che comportano l’innescarsi di meccanismi mentali, anche contorti, non consapevoli, per assicurare la vicinanza fisica, e mentale, del partner. Questi stessi elementi sono riscontrabili anche nel comportamento che manifesta un bambino nei confronti della madre. (Shaver, Hazan, Bradshaw, 1988). Nei legami di coppia, che si basano su una profonda reciprocità, sulla possibilità, in altri termini, di giocare e agire un doppio ruolo a seconda delle circostanze, ogni compagno deve poter usare l’altro come figura di attaccamento e come fonte di sicurezza; ciascuno, a sua volta, deve saper fornire sicurezza e porsi come “adulto competente “per l’altro. Quando, per svariati motivi, quest’alternanza non è possibile, la coppia va in crisi e non è più funzionale. L’ipotesi in corso di verifica è che la qualità del legame mantenuto con la famiglia di origine incida sulla qualità del legame con il partner (Feeney, Noller, 1990; Hazan, Shaver, 1987; Bartholomew, Horowitz, 1991; Belsky, Pensky, 1988; Cohn et al., 1991) e che entrambi incidano non solo sulle motivazioni e sui tempi della scelta di avere figli e sulle modi di assunzione del ruolo parentale (Cohn et al., 1991; Easterbrooks, Emde, 1988; Gloger-Tippelt, 1994; Van Ijzendoorn, 1992), condizionando la qualità della successiva relazione del bambino al genitore, ma anche sulla decisione di non avere figli. E in che modo scegliamo il partner ideale ? Che relazione ha quest’ultimo con la nostra famiglia di origine? La scelta del partner non è lasciata al nostro libero arbitrio. Ci innamoriamo di una persona solo quando incontrandola abbiamo già dentro di noi una immagine idealizzata. Prima costruiamo , e poi proiettiamo sull’altro. Quindi non amiamo ciò che è , ma ciò che immaginiamo essere ( Airone , Novembre 2008 , “Esiste l’anima gemella?”  ,G. Mondadori Editore). Ma che cosa costruiamo e proiettiamo? Nella scelta del partner noi cerchiamo , principalmente , qualcosa , di più o meno rimosso, della nostra primaria figura affettiva : madre, padre, o altra figura primaria di accudimento. Nella fase edipica (Freud , 1914 )individuata dalla psicanalisi, nell’infanzia, inconsciamente, la bambina sceglie come partner il padre e il bambino la madre, l’importante è che questa scelta relazionale sia positiva e soddisfacente, al fine di poter scegliere, da adulti, un partner che possegga gli aspetti positivi dei nostri genitori. Infatti nell’amore noi vogliamo solo trovare qualcosa dell’amore originario verso i nostri genitori, ma perseguiamo anche una compensazione di ciò che non abbiamo avuto o di cui ci è stato privato durante l’infanzia da genitori non attenti alle nostre esigenze affettive o talvolta addirittura ostili o cattivi verso le richieste del bambino. Conseguentemente chiediamo al nostro amore, in maniera più o meno conscia , di adempiere ai vuoti affettivi del nostro passato o a porre rimedio alle ferite affettive che ci sono state inferte. Alcune volte queste richieste vengono poste come l’altra faccia di una medaglia; cerchiamo di sopperire o guarire lui , per sopperire o guarire noi. Ciò avviene, per esempio, nella codipendenza. Nella scelta del partner potenziale esistono dei criteri che gli psicologi contemporanei ritrovano in caratteristiche che vanno oltre la bellezza del corpo e del viso e che si possono così riassumere: effetto familiarità: la nostra mente fa si che le persone che percepiamo come familiari siano automaticamente viste come le più gradevoli. Gli psicologi sociali parlano di “mere exposure effect” ovvero “effetto esposizione”: quanto più siamo esposti a uno stimolo tanto più lo troviamo gradevole.(Zajonc, 1968). E se questo stimolo è un viso che ci ricorda un qualcuno che ha per noi familiarità, lo troveremo particolarmente attraente ancora prima di conoscerlo. Questa tendenza, a base innata, fa si che si evitino unioni tra individui incompatibili e, inoltre, che siano trasmesse, attraverso l’accoppiamento, le caratteristiche genetiche del proprio gruppo di appartenenza.(Mohanan, Murphy & Zajonk, 2000) L’effetto somiglianza. Le persone familiari sono percepite come più simili a noi stessi. A fare da attrattiva non è solo la somiglianza fisica, ma quella percepibile in altre numerose dimensioni (stato socio-economico, classe sociale, livello culturale). L’essere simili porta, infatti, ad avere gli stessi interessi, a frequentare gli stessi posti e a essere attratti dalle stesse cose. L’effetto sensibilità. Gli psicologi lo chiamano “valore rispetto all’attaccamento “ e può trovare riscontro nella disponibilità a prendersi cura dell’altro e ad accettare di essere accuditi. In pratica si utilizzano gli stessi criteri che sono utilizzati dai bambini, quando possono scegliere tra più figure di attaccamento: indirizzano le loro richieste a colei (o colui) che è più in grado di ridurre il disagio, che più sa lenire la paura, che è più in grado di confortare; a quella si attaccano e diventa la figura di attaccamento principale (Bowlby, 1969). A tutt’oggi, i dati raccolti, non consentono di capire in quale momento o su quali aspetti della relazione il modello di attaccamento eserciti la maggiore influenza: se nella fase dell’attrazione iniziale (unitamente ad altri fattori, quali le caratteristiche fisiche, le affinità, i valori ecc.), se sulla stabilità a breve termine dell’accoppiamento o se sulla sorte a lungo termine della relazione, anche se dati recenti (Pietromonaco, Carnelly, 1994) sembrano supportare l’ipotesi che lo stile di attaccamento giochi un ruolo già nella fase iniziale della scelta. Il soggetto evitante sceglierebbe un ambivalente che aspira a un livello d’intimità non realistico e in taluni casi patologico per validare la propria percezione negativa degli altri e giustificare la propria necessità di mantenere una distanza psicologica. Parallelamente la distanza psicologica frapposta dall’evitante servirebbe ad alimentare l’insicurezza e la dipendenza del partner ambivalente (Bartholomew, 1990), che, troverebbe cosi confermati le proprie aspettative e i propri timori. Un’altra ipotesi sarebbe considerare l’evitante, un soggetto che nutre lo stesso bisogno profondo di accudimento e intimità dell’ambivalente ma che, deluso, ha messo in atto misure di distacco emotivo o che alterna desideri di vicinanza a fughe. Ugualmente anche l’ ambivalente potrebbe mascherare un profondo timore di realizzare veramente il rapporto fusionale al quale aspira. In questo caso, non solo ci sarebbe una ragione interiore per ritenere l’accoppiamento con l’evitante particolarmente funzionale, ma l’ansioso sarebbe, almeno in alcuni aspetti, meno lontano dell’evitante di quanto si suppone. Le relazioni di coppia tra donna insicura ambivalente e uomo insicuro evitante sembrano essere le più durature, seppur infelici. (Kirkpatrick, Davis, 1994). Una donna insicura, ansiosa, ambivalente, che si aggrappa, presumibilmente gelosa, che utilizza la rabbia come deterrente a che l’altro continui ad allontanarsi, conferma l’opinione di un uomo evitante che considera imprudente fare avvicinare troppo gli altri; gli ripropone, inoltre, questo stesso modello di figura affettiva di cui ha fatto esperienza da piccolo. In maniera speculare un uomo evitante conferma il modello di una donna ambivalente secondo il quale gli altri sono meno interessati ad avere relazioni di amore di quanto non lo sia lei e lei non è degna di amore e non può essere amata come vorrebbe. L’uomo ansioso/ambivalente, non godendo del supporto di una donna con lo stesso modello di attaccamento (come noto l’accoppiamento ambivalente – ambivalente è poco frequente e comunque tende a disgregarsi), quando legato a una donna evitante, vivrebbe le relazioni meno durature (Davis, Levy, O’Hearn, 1994). Al di là delle differenze di genere, è noto che, nonostante la fine del sentimento d’amore, e spesso anche in soggetti da qualche tempo separati, il legame di attaccamento persiste come fonte di rassicurazione. I due partner cercano di alleviare l’ansia della separazione mantenendo intermittenti contatti (Weiss, 1975,1976,1982) che possono permanere anche del corso dell’esplorazione di nuovi legami o per lo meno fino al momento in cui i due capiscono di essere diventati intrinsecamente diversi (Weiss, 1975). Le lunghe o brevi separazioni di routine, sebbene suscitino livelli di ansia diversi rispetto a una separazione definitiva, producono però lo stesso tipo di risposte emotive di protesta, disperazione, distacco; risposte peraltro, molto simili a quelle descritte nel bambino in occasioni delle separazioni dal genitore (Bowlby, Parkers, 1970); inoltre, le riunificazioni tendono a essere un difficile processo più che un happy ending (per una rassegna critica, cfr. Vormbrock, 1993). In particolare, le riunificazioni in seguito a separazioni forzate, quali quelle causate da una guerra, suscitano reazioni diverse a seconda degli stili di attaccamento che caratterizzano il legame di un partner con l’altro, specialmente per quanto riguarda l’emozione provata e la soddisfazione, che sono più forti nei soggetti con attaccamento sicuro al partner, e il livello di contrasto dopo il ricongiungimento, maggiore nei soggetti insicuri (Cafferty et al., 1994; Mikulincer, Florian, Weller, 1993). Attili (2004) suggerisce che la tenuta delle relazioni infelici, al di la di quanto accade ove si verifichi un incrocio collusivo tra i modelli operativi interni dei due partner, potrebbe anche essere ricondotta a quello stesso meccanismo che mantiene legato un bambino alla madre che lo maltratta e/o spaventa: quando si ha un legame non soddisfacente, è probabile che si entri in conflitto, che ci si senta soli, rifiutati e minacciati nella sicurezza affettiva. Queste sensazioni portano all’attivazione del sistema dell’attaccamento e al bisogno di ricevere conforto dalla figura di attaccamento (l’unica che ha il potere di placare l’ansia) la quale è proprio la persona che provoca il dolore. Si crea cosi un circuito per cui quanto più una relazione non funziona tanto più si rimane attaccati a quel partner ; la donna ansiosa, infatti, spaventata dall’idea della perdita e insicura della propria capacità di vivere anche momentaneamente sola, mobiliterebbe le proprie risorse al fine di mantenere anche un’unione ormai insoddisfacente (Shaver, Hazan, 1988). Meno evidenti sono le ragioni dell’evitante a mantenere una relazione inappagante; probabilmente, trovandosi accoppiato a una donna ambivalente, è trascinato dall’impegno di questa. Un’altra ipotesi potrebbe essere che il comportamento della donna ambivalente corrisponda alla sua rappresentazione, per certi versi gratificante, di donna innamorata (Davis, Levy, Heard, 1994). Allora, dato che le relazioni tra le persone che hanno modelli mentali dell’attaccamento insicuri sono caratterizzati da processi distorti e difettosi, e si strutturano, spesso, in modo da assicurare una costante infelicità, perché non sono troncate di netto? I nostri giudizi e impressioni, le decisioni, sono regolate da un forte bisogno di coerenza che fa sì che cerchiamo di trovare una continua conferma ai nostri modelli mentali dell’attaccamento. Sono elaborati solo i dati congruenti con le nostre aspettative e si vede e si presta attenzione solo a ciò che corrisponde a esse, escludendo le informazioni dissonanti. Il bisogno di coerenza interna fa sì, inoltre, che anche i ricordi siano organizzati secondo certe direttrici precise. In particolare, sono escluse dai processi di elaborazione tutte quelle informazioni che porterebbero all’attivazione del sistema dell’attaccamento e/o richiamerebbero l’attenzione sugli elementi che potrebbero riattivare il dolore per non avere avuto cure affettive. Le nuove esperienze finiranno, con molta probabilità, con il confermare e consolidare quegli stessi modelli iniziali avuti nell’infanzia. (Main, Kaplan, Cassidy, 1985; Bretherton, 2005). Può anche accadere che a instaurare una relazione con un partner insicuro sia una persona sicura nei suoi modelli di attaccamento. All’inizio interpreta la gelosia come conferma dell’essere degno di amore, o la freddezza come un tratto del carattere del partner; quando l’ossessione e l’anaffettività si rivelano in modo inaccettabile non si riesce però a rompere il rapporto. Per assurdo, la nostra figura preferenziale di attaccamento adulto è proprio quella persona che ha provocato il nostro dolore. Accade così che più siamo bistrattati dal nostro partner, tanto più non riusciamo a farne a meno perché è lui ad attivare il nostro sistema dell’attaccamento e solo lui è in grado di farci sentire confortati. Le persone con attaccamento insicuro ambivalente nei loro modelli mentali si separano perché incapaci di affrontare gli inevitabili dissidi della vita comune, di affrontare un progetto di vita che implica un percorso per tappe e inevitabili trasformazioni. Le persone con attaccamento insicuro evitante troveranno una conferma alla loro incapacità di amare e di coinvolgersi in una relazione e romperanno il matrimonio non appena si sentiranno pressati e costretti a una scelta di affetto profondo. Ciò porta a provare meno ansia quando il matrimonio, o comunque un legame duraturo, si rompe, alcuni possono addirittura provare sollievo. Le coppie insicure, e in particolare l’accoppiamento evitante con ambivalente, hanno conflitti basati sulla coercizione, privi di mutua negoziazione, con partner distruttivi. Il conflitto è continuamente accantonato dal partner evitante, a sfavore dell’ambivalente, cosa che porta a relazioni durature ma infelici. Potremmo sintetizzare il tutto con una metafora . E’ come se in ogni amore adulto mettessimo in atto un copione cinematografico (affettivo e relazionale ) che abbiamo già visto e vissuto ripetutamente nella nostra infanzia di cui non abbiamo gradito lo svolgimento e il finale, e speriamo di cambiare questi ultimi nella prossima storia d’amore. Ma, purtroppo, svolgimento e finale cambiano per pochi, e solo per quelli che, avendone consapevolezza, non pretendono di cambiarli del tutto, ma solo di modificarli parzialmente. Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma, a poco a poco, ti abitui a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicino, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e si umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, allo stesso modo tu sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore. (Paulo Coelho). Sternberg, professore di psicologia a Yale, in seguito ad alcune sue ricerche, ha formulato un concetto di amore completo (Stemberg, Grajek, 1984) che da forma a otto possibili tipi di relazione e che sono il risultato di tre elementi fondamentali: intimità, impegno, passione. Assenza di amore: tutte e tre gli elementi mancano; è la situazione della grande maggioranza delle nostre relazioni personali. La simpatia: è presente solo l’intimità, si può parlare con una persona, parlare di noi, ci si riferisce ai sentimenti che si provano in un’autentica amicizia e comporta vicinanza, calore umano, ma non sentimenti forti come passione e impegno. L’infatuazione: è presente solo la passione. Quell’amore a prima vista che può nascere all’istante e svanire con la stessa rapidità. Interviene una certa eccitazione fisiologica, ma senza impegno e intimità. La passione è come una droga, rapida a svilupparsi e rapida a spegnersi. L’amore vuoto: L’impegno è privo di intimità e di passione: tutto quello che rimane è l’impegno a restare insieme. Un rapporto stagnante che si osserva in molte coppie sposate da anni in cui l’intimità e la passione che un tempo c’erano ora non esistono più. L’amore romantico: è la combinazione di intimità e passione (a modi Romeo e Giulietta). Più di un’infatuazione, è vicinanza e simpatia, con l’aggiunta dell’attrazione fisica e dell’eccitazione, a senza l’impegno, come un’avventura estiva che si sa che finisce. Amore fatuo: passione e impegno ma senza intimità. E’ l’amore da fotoromanzo: i due s’incontrano, dopo una settimana sono fidanzati, e dopo un mese si sposano. S’impegnano reciprocamente in base all’attrazione fisica, ma perché l’intimità ha bisogno di tempo per svilupparsi, manca il nucleo emotivo su cui può reggersi l’impegno. E’ un tipo di amore che di solito non da buon esito nel lungo periodo. Sodalizio d’amore: intimità e impegno, ma senza passione. E’ come un’amicizia destinata a durare nel tempo. Quel tipo di amore che spesso si osserva nei matrimoni dove l’attrazione fisica è scomparsa. Amore perfetto e completo. Tutti e tre gli elementi sono presenti, e ben dosati, nella relazione. Lo psicoanalista americano Martin S. Bergmann ha classificato i modi di amare distinguendone ben quindici tipologie. Le principali sono: Triangolo d’amore: molte persone riescono ad amare soltanto all’interno del classico triangolo altrimenti si sentono soffocate. Secondo la psicoanalisi la capacità di amare unicamente in un rapporto triangolare indica il persistere di problemi legati alla fase edipica dello sviluppo. Amore conflittuale: Questo tipo di amore si distingue per la presenza del bisogno di oggetti d’amore supplementari, oltre a quello, per così dire, istituzionale. Gli psicoanalisti ritengono che nell’infanzia delle persone che provano questo tipo di bisogno ci siano stati molti oggetti d’amore diversi (per esempio varie bambinaie). Sessualità senza amore: ci sono rapporti basati su un’intensa relazione sessuale senza che si sviluppino concomitanti sentimenti di amore. Sembra che una delle principali differenze rispetto ai veri rapporti di amore sia nel fatto sia in questi ultimi le persone regrediscono un po’ verso l’infanzia, in sostanza sono più capaci a giocare, mentre nel rapporto puramente sessuale i due partner restano sempre a livello adulto. Amore masochistico: “L’amore è una nebbia formata con il vapore dei sospiri “ scriveva Shakespeare, a voler rilevare come la sofferenza sia una parte integrante del godimento che proviene dall’amore. In questo senso l’amore masochistico deve essere considerato, quindi, soltanto un’esagerazione di quel sentimento di dedizione totale che si prova sempre durante l’innamoramento. Amore di pigmalione: descritto per la prima volta dal poeta latino Ovidio, questo tipo di amore ha come sua principale caratteristica una forte valenza pedagogica. Chi ama sente il bisogno di istruire l’altro, e ogni circostanza è buona per modellarlo a proprio piacimento. Amore inibito dalla meta: è una forma di amore che frequentemente fa da musa ispiratrice per gli artisti, come per dante e Beatrice. La meta inibita è, ovviamente, la sessualità che in tale forma di amore è totalmente assente. Amore-dipendenti: così Bergmann descrive questo tipo di persone che furono individuate dallo psicoanalista Otto Fenichel (1945): “ hanno bisogno di amore come di altri del cibo o della droga, Sebbene abbiano una limitata capacità di amare hanno un terribile bisogno di essere amati. In genere gli amore-dipendenti sono nevrotici con un carattere determinato da una fissazione del tutto particolare. Tormentano in continuazione i partner per avere più amore e di solito non fanno altro che ottenere il risultato opposto “. Ne deduciamo che, quello chiamato comunemente amore ha in realtà mille sfaccettature. Ci sono tanti modi di amare, tante maniere di sentire e di esprimere l’attaccamento a una persona specifica. Modi contorti, complicati, che possono addirittura creare disagio e che portano dolore anziché felicità in chi ama. La crescita copre la ferita, ma la lascia insanata. Attraverso l’identificazione con il partner le persone dipendenti cercano di salvare se stessi e colmare le proprie mancanze affettive. Nella vita di coppia si riattribuiscono, in parte inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori, nel tentativo di cambiare il finale (Miller, 1994). Quello della dipendenza, nelle diverse forme in cui la stessa può esprimersi, è un tema universale che ci rimanda alla “madre di tutte le dipendenze”, quella da una madre da cui siamo stati separati al momento del nascere e quello della separazione da un Tutto dal quale proveniamo e per il quale una parte di noi sente una profonda mancanza.

 

 

 

(Dott.ssa Laura Tononi)

Il contributo di Carl Rogers: la comprensione empatica e il cambiamento

 

(di Francesca Sacchelli)

 

“Se veramente mi permetto di capire un'altra persona, posso essere cambiato da quanto comprendo” (Rogers C., pag.36, 2013). Negli anni ’60 Carl Rogers, esponente principale della psicologia umanistica, con il suo approccio non direttivo centrato sulla persona, tratta dell’ascolto e della comprensione empatica come di una delle tre condizioni necessarie e sufficienti affinchè l’intervento di aiuto volto alla modificazione personale sia efficace. In quest’ottica l’empatia consiste in un particolare atteggiamento pscicologico dell'operatore della relazione di aiuto, una competenza cardine, che lo porta a sentire il mondo privato del cliente “come se” fosse il proprio, senza tuttavia smarrire mai questa condizione del “come se”, così da non aggiungere le proprie emozioni e sentimenti a quelli del cliente. Si tratta in altri termini del processo esperienziale ed interpersonale dell’entrare in contatto profondo con il mondo interiore di un’altra persona riuscendo a seguirne, sintonizzandosi con essi, sfumature di senso e sentimento, cum-prendendo l’essenza del suo vissuto nel qui e ora...(Leggi di più)

The only person who is educated is the one who has learned how to learn and change. The good life is a process, not a state of being. It is a direction, not a destination

  (Carl Rogers) 

I do my thing and you do your thing. I am not in this world to live up to your expectations, and you are not in this world to live up to mine. You are you, and I am I, and if by chance we find each other, it's beautiful. If not, it can't be helped

(F.S. Perls)

The only real voyage of discovery consists not in seeking new landscapes, but in having new eyes

(M. Proust)

Dragonfly: la creatura del vento e del cambiamento favorevole               

Una leggenda narra di come la libellula fosse una volta un drago molto saggio che volando portava la luce, di notte, grazie al suo respiro di fuoco. Il suo magico respiro creò l’arte della magia e l’illusione della forma cangiante. Tradizionalmente, la libellula è il simbolo della trasformazione e del costante processo di cambiamento nella vita. Anche se trascorre la maggior parte della sua esistenza sul fondo di uno stagno, la libellula emerge poi dall’abisso e impara a volare. Graziosa ed elegante, capace di incredibili manovre aeree, con le sue ali lucenti, piene dei colori dell’arcobaleno, si fa strada attraverso il peso dell’acqua e nella luce del sole, ottenendo quello di cui ha bisogno per cambiare e svilupparsi. Quando è pronta, mette da parte il suo involucro protettivo e vola via dallo stagno...(leggi di più)

 

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