Relazione accademica sulla violenza domestica

La violenza domestica

Il fenomeno della violenza coniugale, o domestica, pone numerosi e seri problemi a livello sociale, familiare e psicologico. Solo di recente se ne è riconosciuto l’estensione e la gravità e si è cominciato a prendere seriamente in considerazione le conseguenze che sono di ordine non solo psicologico ma anche sociale ed economico. 

Al riguardo, rispetto al costo economico, vi sono una serie di articoli scientifici, pubblicati negli anni ’80 e ’90 che analizzano e cercano di fornire delle stime relative al costo della violenza domestica per i sistemi sanitari dei vari paesi, costi relativi alle medicazioni di ferite, contusioni, fratture, ai ricoveri, ai traumi, nonché alle conseguenze a lungo termine come alcolismo, tossicomania, depressioni, assenze dal lavoro ecc. (Straus, 1986; Heise, 1994; Godenzi, Yodanis, 1999). 

In Italia vi è stato una sorta di negazione del problema sia da un punto di vista istituzionale che sociale; la violenza domestica per molto tempo è stata percepita come un affare privato e non come un reato contro la persona (Ventimiglia, 1996), per cui sono ancora poche le ricerche e le pubblicazioni realizzate in lingua italiana, che si occupano di questa problematica. 

Le percezioni e le rappresentazioni sociali relative alla violenza domestica stanno cominciando a cambiare. Come appena detto, prima si riteneva che si trattasse di un fenomeno privato, da relegare nel segreto delle mura domestiche. Si riteneva anche che gli uomini violenti fossero degli individui di ceto sociale basso, degli individui poveri, sfruttati, frustati, alcolizzati che si vendicavano sulla donna, a volte anche sui bambini della propria decadenza sociale e delle umiliazioni subite, mentre attualmente, in base a dati statistici, si sa che il fenomeno è ampio e tocca tutti i ceti sociali e tutte le culture. 

Spesso le uniche statistiche disponibili, parziali, provenivano da alcune istituzioni come la polizia o i servizi sanitari di Pronto Soccorso, oppure provenivano da servizi di ascolto telefonico o da case di accoglienza. Questi dati, quando esistevano, erano comunque insufficienti per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno. 

Il problema di raccogliere dati ed informazioni obiettive sul fenomeno della violenza domestica é fortemente sentito e si fa riferimento alla piattaforma di azione elaborata a Pechino nel 1995, in occasione della Conferenza mondiale delle donne, in cui si invitava i paesi membri a promuovere la ricerca, ad organizzare la raccolta di dati, a predisporre statistiche sul fenomeno della violenza domestica, sulla prevalenza delle varie forme di violenza, a ricercarne le cause e a promuovere misure efficaci per prevenire e riparare.

Non si intende in questa sede approfondire l’aspetto quantitativo del fenomeno, può tuttavia essere interessante fornire alcuni dati indicativi sulle violenze che colpiscono le donne. 

Una seria ricerca svizzera, promossa nel 1997 dal ‘Fond national pour la recherche’ indica che una donna su 5 ha subito violenza fisiche o sessuali nella sua vita di coppia. Due donne su 5 hanno avuto a che fare con violenze psicologiche. 

In Francia 400 donne muoiono ogni anno, vittime di violenza coniugale. Cifre simili sono registrate in Spagna. 

Una importante inchiesta è stata condotta dall’OMS nel 2005 in tutto il mondo nel quadro di un progetto sulla salute delle donne. I risultati indicano che tra 10 a 50 % di donne nel mondo, con cifre variabili da paese a paese, dichiarano di avere subito violenze, più o meno gravi, da parte del partner. 

Nel mese di febbraio 2007, sono stati presentati a Roma i risultati di una indagine frutto di una convenzione tra l’Istat e il Ministero per le Pari Opportunità interamente dedicato al fenomeno della violenza fisica e sessuale contro le donne. Il campione comprendeva 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni, intervistate su tutto il territorio nazionale dal gennaio all’ottobre 2006 con tecnica telefonica. 

I principali risultati indicano che 31,9% delle donne della classe di età considerata sono state vittime di violenza fisica osessuale nel corso della vita; 23,7% hanno subito violenze sessuali; 4,8% hanno subito stupri o tentativi di stupri. 

Nella quasi totalità dei casi,le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso degli stupri, la quasi totalità non è denunciata (91,6%). E consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite (33,9% per quelle subite dal partner e 24% per quelle da non partner). 

Può anche essere interessante sapere che tutte le inchieste statistiche che cercano di produrre dati sulla violenza domestica, provengano esse dagli Stati Uniti, dal Canada, dalla Svizzera dalla Francia vengono spesso accolte con scetticismo e non di rado scatenano polemiche nella stampa; sembra che nessun paese europeo sia sfuggito a questo fenomeno. 

Come commenta Maryse Jaspard (2006), una studiosa francese, esperta delle inchieste statistiche sulla violenza contro le donne, vi sono delle cifre che danno fastidio e che innescano reazioni di avversione maschili, eppure la matematica non è un opinione...

In Spagna al contrario, dove si è manifestata una forte volontà politica, con il governo Zapatero insediatosi nel 2004, di combattere la violenza domestica i risultati prodotti dall’Istituto della donna sono stati accolti con grande rispetto. Il caso della Spagna e delle misure prese dal governo Zapatero stanno ad indicare il ruolo fondamentale degli atti e del contesto politico e di conseguenza la posizione dei media, per l’accoglienza che viene data alle ricerche quantitative sulla violenza coniugale. 

La Spagna è attualmente un paese all’avanguardia nella lotta alla violenza domestica. 

1. Le forme, le manifestazioni e i meccanismi della violenza domestica 

Prima di parlare nello specifico della violenza domestica è opportuno dare una definizione più generale del termine violenza.
La definizione che ne fornisce l’antropologa francese Francoise Héritier nel 1997, sembra essere, a tal proposito, un buon punto di partenza: “Chiameremo violenza ogni costrizione di natura fisica, o psichica, che porti con sé il terrore, la fuga, la disgrazia, la sofferenza o la morte di un essere animato; o ancora, qualunque atto intrusivo che ha come effetto volontario o involontario l’espropriazione dell’altro, il danno o la distruzione di oggetti inanimati”. Si tratta di una definizione molto ampia, che, senza fare particolare riferimento alla violenza contro le donne, cerca di delineare la violenza nella sua reale complessità e differenziazione di espressioni: come costrizione non solo fisica, ma anche psichica; come atto intrusivo; pure nella denominazione degli effetti della violenza, Héritier tiene conto della loro enorme varietà: terrore, fuga, disgrazia, sofferenza, morte; e ancora espropriazione, danno, distruzione, in una sorta di climax ascendente che contempla la natura variegata delle conseguenze della violenza. 

Per quanto riguarda le forme, le manifestazioni e i meccanismi della violenza domestica, i dati a disposizione indicano che essi sono identici dappertutto, sotto tutte le latitudini.
Le manifestazioni possono essere descritte nel seguente modo: “la violenza è fondata su un rapporto di forza o di dominazione (dell’uomo sulla donna) che si esercita con brutalità fisiche o psicologiche. Si tratta di imporre la propria volontà all’altro, di dominarlo usando una serie di mezzi quali molestie, umiliazioni, svalorizzazioni, fino alla capitolazione e alla sottomissione della vittima”. 

La lista dei mezzi utilizzati e delle forme che prende la violenza è lunga. Nell’insieme, seguendo gli specialisti e i ricercatori che si occupano del problema, sono state descritte:

a) le violenze fisiche che sono quelle più facilmente individuabili; 

b) le violenze psicologiche 

- come rifiutare la comunicazione, minacciare, prendersela con i figli, tutti i comportamenti miranti a controllare o a svalorizzare, o a imporre dei modi di fare o di essere, ad es. imporre dei modi di vestirsi;

- gli insulti, le ingiurie, gli atti dispettosi, ad esempio buttare, strappare, rompere oggetti che hanno un valore affettivo per la donna; 

c) la violenza economica che consiste nell’impedire l’accesso alle risorse economiche; 

d) le violenze sessuali che impongono rapporti sessuali non desiderati o pratiche sessuali non desiderate. 

Alcuni esempi concreti tratti dal libro di Hirigoyen (2005) e da una nostra ricerca con donne utenti del Centro antiviolenza della Provincia di Roma (Amann Gainotti e Pallini, 2006 ) possono illustrare efficacemente queste varie forme di violenze: 

- esempi di violenze fisiche: 

- D. dice che, fin dall’inizio della loro relazione, è stata oggetto di atti di violenza fisica di moderata entità, che commenta in questi termini: “Non era niente di grave, solo qualche livido”(...) Poco dopo il parto cesareo, lui le aveva torto il braccio e l’aveva buttata per terra perché D. aveva rifiutato di stirargli una camicia (...) la violenza è ulteriormente aumentata dopo la nascita del secondo figlio (...) un giorno S. ha colpito D. al volto con un portacenere e lei è dovuta andare all’ospedale (...) il fatto che l’abbia denunciato ha fermato, per qualche tempo, le aggressioni fisiche di S., ma ha provocato una recrudescenza di violenza verbale e psicologica. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.13,14) 

- Avevo appena cominciato una gravidanza difficile ed il medico mi aveva chiesto di stare distesa il più possibile, ed ecco che mio marito pensò bene di invitare sei colleghi a cena, precisando che era importante per lui che io preparassi un pasto eccellente. Non mi propose nemmeno una volta di aiutarmi. Dopo cena, dovetti andare all’ospedale per un’emorragia. Non mi accompagnò, con il pretesto che il giorno dopo doveva alzarsi presto per il lavoro. Quando tornai a casa dopo un falso allarme di parto, fece come se non fosse successo niente. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.34,35) 

- Lui è ritornato e mi ha vista che stavo un po’ male con la testa, mi ha preso per i capelli e mi ha buttata per terra, ha iniziato a darmi calci e a picchiarmi ed a dirmi parolacce e se n’è andato di casa; poi i vicini di casa hanno chiamato l’ambulanza, mi hanno preso e portata all’ospedale. (Sogg.1, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- E lui mi diceva “Dai stai buona, non strillare mi stai dando alla testa, me stai a dà alla testa “ e bum mi diede uno schiaffo proprio in faccia. (Sogg.2, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- No, io ho provato anche a cacciarlo via, a farmi lasciare le chiavi di casa, ma lui ha cominciato a picchiarmi (...) Mi ha massacrata di botte. (Sogg.3, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Ha iniziato a picchiarmi con la scopa, la scopa rotta. Non era ubriaco né drogato, era lucido. Poi se n’è andato a dormire e la mattina dopo mi ha detto: ”scusa, ero nervoso”(...) Una sera che mi stava picchiando e aveva chiuso tutte le porte a chiave, sopra avevano sentito le urla, erano scesi tipo mamma, fratello, padre (...) Mi ha menato, non mi ricordo perché, ha iniziato a menarmi, ma io quel sangue che mi usciva dal naso in un modo allucinante, mi ricordo solo stò sangue che usciva, la cugina ha chiamato la sorella, perché loro tentavano di levarmi da sotto le sue mani perché lui era un animale, era forte (...) Mi sono svegliata una mattina che piangevo e gli ho detto che mi sentivo oppressa, che era meglio che me ne andavo un po’ da mamma e lui si è incazzato e mi ha dato due schiaffi (...) “Perché sei una troia, sei una puttana”, ha iniziato a menarmi, io con questa pancia che non mi potevo muovere, mi spingeva. (Sogg.5, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- E’ andata così: io sono andata in bagno, dove c’era un terrazzino, dove tenevo le scarpe, lui mi è corso dietro, mi ha tirato per i capelli, mi ha buttato giù per terra. Io mi sono alzata, mamma mia, una paura da morire! E quella notte poi non ho chiuso occhio perché volevo andare via (...) Mi sono cercata un lavoro e lui si arrabbiava sempre di più, poi era successo che mi alzava le mani davanti al bambino, la situazione è diventata sempre più brutta e ho deciso di separarmi. (Sogg.7, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Lui ha iniziato con uno schiaffone in faccia pieno pieno, tipo che io vedevo bianco(...)Lui mi ha detto andiamo al cinema, per far contenta me perché lui proprio odiava il cinema, allora c’era Rocky Balboa che a lui gli piaceva, Rambo anzi, mi portò in braccio dentro al cinema, siamo usciti, mi ha portata dentro al camion, lui aveva un ducato all’epoca, mi ha ammazzata di botte. Non ho mai saputo il motivo (...) quando si è fermato ha cominciato le botte ed io piangevo dalla rabbia più che dal dolore, e poi mi diceva “Qual è il piede che ti fa male? M’ha, guarda mi ci viene da piangere, picchiato sul piede (...) mi ha sferrato così violentemente il pugno mentre guidava e me l’ha spostato, me l’ha sfracassato, ho avuto un trauma cranico io, all’ospedale se ne sono accorti che era un naso spaccato da una botta (...) Mi arriva sta capocciata, così non me l’ha deviato e non sono stata operata, si è saldato da solo, ma questo è un naso che è stato operato, 21 giorni di ospedale mi sono fatta e ho sofferto peggio che partorire, il dolore più grande della mia vita (...) Quando ero incinta di quattro mesi, a rischio di farmi abortire, mi ha picchiata(...) Quando lui è tornato dalla cena con S., mi ha gonfiata di botte, mi ha dato un calcio dietro la schiena ed io ho avuto perdite ematiche. (Sogg.9, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Io mi ricordo che una volta mi ha incominciato a prendere a calci in pancia, per cui io parlavo, parlavo, parlavo, lui non riusciva a parlare e menava e quindi questa era la dinamica (...) c’erano già state le litigate, queste cose, e poi sempre litigando, per tenermi la bocca chiusa mi ruppe il setto nasale (...) poi aveva dei periodi in cui mi menava per delle sciocchezze, proprio cose stupide, però mi diceva che era colpa mia perché lui era nervoso ed io dovevo capire, dovevo lasciarlo perdere (...) Lui poi mi urlava in faccia, io mi mettevo così (si copre la testa con le mani), mi dava uno schiaffo perché diceva che io gli avevo dato uno schiaffo. (Sogg.10, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Ero pronta pure che la gente rideva, ma pur di far valere i miei diritti, specialmente di mia figlia, ho detto “Ridono, anche se butta tutto fuori, bah, ridono, piglio la roba e me la riporto dentro, non me ne importa” (...) fino a che lui non mi ha massacrato, ed io sono fuggita qua. (Sogg.11, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- esempi di violenze psicologiche: 

- In un’altra occasione, lui ha rotto il cellulare di D. e confiscato il telefono fisso di casa, poi ha chiuso compagna e figli nell’appartamento per ventiquattr’ore. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.14) 

- Il marito non lasciava che S. guidasse né uscisse da sola. Lei non aveva né carta di credito né libretto degli assegni. Non aveva nemmeno la chiave della cassetta delle lettere, perché lui ci teneva ad aprire tutta la posta. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.26) 

- Quando alla fine ho lasciato mio marito, mi ha detto che ero una tale nullità che nessun’altro uomo ne avrebbe voluto sapere di me. Ancora anni dopo, pur sapendo di essere una donna attraente, non mi sento capace di piacere ad un uomo. (Hirigoyen, trad,it. 2006, p.30) 

- Mentre gli stavo rimproverando le sue infedeltà, mio marito mi ha trascinata in bagno e buttata per terra: “Sto per farti vedere cosa sei per me!” E mi ha orinato addosso. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.32) 

- Mio marito(...) si piantava davanti al televisore e chiamava i nostri figli: “ Ragazzi, venite a vedere che belle pupe con certe tette grosse. Mica come vostra madre!” Seguiva tutta una serie di apprezzamenti pesanti sui seni delle vere donne e sul mio petto piatto. E’ chiaro che, all’inizio, mi lamentavo, ma lui mi ha ripetuto talmente tante volte che non ho nessun senso dell’umorismo, che a tutti gli uomini piacciono i seni grandi, che alla fine, in quei momenti, andavo a chiudermi in cucina. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.43,44) 

- Che bastava che mi vedeva magari tranquilla o chiacchierare felicemente con qualche amica mia, lui prendeva a pretesto un vasetto di omogeneizzato lasciato da una parte per dirmi che ero un’incapace, che non ero capace a fare niente, che avevo bisogno di una balia e queste altre cose qua. (Sogg.2, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Le cose sono cambiate dopo una mesata che lui si è accasato, perché ha incominciato ad avere pretese, ha cominciato a comandare, a cominciato a seguirmi, ha cominciato che non gli stava bene che sentivo i miei amici, a levarmi il cellulare, a controllarmi le telefonate (...) è successo che mi ha chiuso dentro al bagno, mi ha chiuso a chiave nel bagno e lui è uscito, mi ha lasciato tutta la notte chiusa a chiave dentro al bagno. (Sogg.3, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Lui buttava per terra oggetti, tutte le volte prendeva la fede e la buttava per aria, lanciava i giocattoli di C., sbatteva ed una volta mentre litigavamo ha preso in mano un coltello, ha fatto un gesto di minaccia comunque così, un paio di volte. Penso durante gli ultimi mesi, sono volati un paio di schiaffi anche in presenza di C., la bambina (...) mi ha dato questi schiaffi in presenza della bambina che ovviamente è corsa da me, si è impaurita, io poi lì ovviamente dovevo prendere ed andarmene in camera con la bambina perché lui cominciava a strillare ed a fare il pazzo, a dire cose inconsulte, allora io a quel punto prendevo C., me ne andavo in camera mia, chiudevo la porta anche perché la bambina piangeva, cercavo di calmarla (...) Se andavo ai giardinetti con C. o a fare la spesa era perché andavo a vedere l’amante, andavo a lavorare perché avevo l’amante, me lo trovavo così all’improvviso sotto al lavoro per vedere, non è che mi veniva a prendere, si metteva lontano, aspettava che io uscissi per vedere se veniva qualcuno a prendermi. (Sogg.4, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Non uscivo, se lui mi diceva non esci senza il mio permesso (...) è stato geloso fino al punto del dire per esempio che non uscivo senza il suo permesso o per esempio lui era geloso di mia mamma perché aveva capito che mia mamma diceva che dovevo lasciarlo, lui se ne è accorto ed ha iniziato ad essere geloso anche secondo questo punto di vista, perché pensava che io l’avrei lasciato ed ha iniziato la sua gelosia, le sue menate, per farmi capire che io ero sua e di nessun altro (...). Io gli chiedevo dov’era stato, lui cominciava a non volermi rispondere poi la mattina trovava delle scuse, poi mi chiamava “Puttana” (...) Cioè lui mi diceva quelle cose. (Sogg.6, da:Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- La gelosia, la gelosia, ti racconto un episodio che io ero già grossa incinta, io avevo staccato dall’ufficio e sono andata a fare un po’ di spesa al supermercato, lui mi è venuto a cercare, non mi ha trovato, era pazzo furioso, dice “Dove sei andata, ti sono venuto a cercare?! Dico ”io sono andata a fare un po’ di spesa” “Sono venuto a vedere pure là e non c’eri” “E che ci posso fare se non ci siamo incrociati!” “Non è vero, dove sei andata?” Io ero grossa, questa pancia enorme, era impossibile. Pure quando ho fatto la prima visita ginecologica mi diceva “ma dove vai?” affacciato dal balcone “Ma dove vai?”(...) Perché quello era un ginecologo uomo e non voleva che io ci andassi (...) Lui era talmente impazzito che aveva delle cose di violenza pure a livello, che ne so, oltre che mi metteva paura, diceva che c’era Satana di mezzo che gli faceva fare tutte queste cose, mi minacciava con il coltello. (Sogg.8, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Cominciava a rompermi pure per quello che avevo cucinato(...) veniva là e diceva “stò schifo che è? Una volta ha buttato la padella di sotto (...), un’altra volta ha buttato tutto nella spazzatura, un’altra volta diceva che io gli bruciavo sempre tutto e gli impuzzolentivo sempre casa quando cucinavo, che non ero buona a fare niente, che non valevo un cavolo, che ero una fallita. Mi diceva sempre che ero una persona inutile e c’era una canzone maledetta di Paolo Vallesi, le persone inutili, mi diceva “Te la dedico, questa l’ha scritta per te”(...) Mi telefonava e diceva ”io ti vengo a casa, ti ammazzo, ti spezzo, tu sei mia, ti rompo, ti sfondo, ti ammazzo”. (Sogg.9, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Poi una volta che andai a cena con una mia amica non mi parlò per tre giorni. Dopo parecchio tempo che io gli feci uscire con le pinze le parole, lui mi disse che non ero stata con un’amica, ero stata con un uomo per cui, “Non è vero che due amiche vanno a cena insieme” (...) al lavoro, poi ha cominciato ad essere ossessionante anche sul lavoro, mi guardava, mi controllava, mi guardava dall’alto ed io ho cominciato a sentirmi a disagio su questo (...) Guarda, la cosa che mi viene di più che mi ha fatto male, perché poi i figli ripetono no, perché tipo ti metti a tavola “Che cazzo hai fatto, che è ‘sto schifo e perché è così, perché colì(...) “Che è ‘sto schifo, questo se lo mangiano le galline”. (Sogg.10, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Mi controllava come pulivo, se pulivo (...) ad esempio lui è un tipo che veste molto elegante, le camicie devono essere intatte, non una piega, i bottoni devono essere a posto (...) provocava, provocava la lite, io gli dicevo “no, ti sbagli, prima di appendere la camicia i bottoni c’erano tutti” e magari lui me lo staccava (...) andava di là, trovava un pretesto per lasciarmi a casa, oppure bucava il pantalone con la sigaretta e diceva “tu me l’hai bucato quando lo hai stirato” Ma il buco della sigaretta da quello di bruciare con il ferro da stiro è diverso, allora poi io magari mi facevo il mio pianto, stavo affacciata alla finestra, adesso arriva (...) Di solito usava ferirmi a parole, umiliarmi. Se non conoscevo lui chissà chi mi prendeva, non sapevo fare un cavolo, non sapevo parlare. Decideva che non mi faceva vedere gli amici (...) Mi trattava male “Vattene a f... sei nervosa, non me ne faccio niente, sai quante me ne trovo. (Sogg.11, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Lui aveva detto “che te le prendi a fa la patente, ti prendi la macchina mia” (...) se io uscivo mi diceva “dove sei stata ? ma non per gelosia, poi se prendevo una decisione non era mai presa bene, ci metteva sempre la botta sua finale, che quando era al dunque lui aveva sempre ragione (...) come ho avuto problemi col figlio lui mi ha detto “Lascia il lavoro”(...) Perchè poi senti, lui mi telefonava 10 volte al giorno,ogni cosa che facevo non era mai fatta bene, doveva partire sempre da lui, dovevo invitare mia sorella a pranzo, aspetta che chiedo a lui, perciò mi sentivo pure un po’ con questa pressione continua (...) E quando sono tornata lui mi minacciava, mi bucava le ruote della macchina, mi prendeva a calci la porta (...) l’unica gioia che ho è che non mi sento più le botte sulla schiena, non sento più gli strilli, non ho paura quando scendo di casa. (Sogg.12, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- esempi di violenza economica: 

- M. aveva l’abitudine di dare alla moglie il denaro per il mese gettandolo per terra. A lei non restava che mettersi a quattro zampe a raccoglierlo, senza dire niente...(Hirigoyen, trad.it. 2006, p.31) 

- Dopo lunghi studi finanziati da L., ora J. ha una buona situazione (...) J. ritiene che il lavoro di L. non sia in linea con la loro posizione sociale e quindi le ha chiesto di cessare le sue attività. Ormai è lui a prendere tutte le decisioni riguardanti le spese, e non chiede mai il parere della moglie. Lei ha solo un budget molto stretto per tutti i giorni. J. vuole che lei sia sempre ben vestita, ma è lui a scegliere i vestiti che L. deve indossare, “dato che paga”. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.49) 

- Lui mi diceva sempre che questi soldi che mi da mi devono bastare, perché devo rispettare le cose, perché lui mi ha preso da un paese che non c’era da mangiare. (Sogg.1, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Io non avevo i soldi, non gestivo niente, non chiedevo niente perché decideva lui, lui andava a comprare le cose con la mamma, oppure andava su, svaligiava il frigorifero della madre e portava giù, non c’era la cosa di fare la spesa. (Sogg.5, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Si, lui faceva finta di lavorare, faceva finta di girare e di fare affari di qua e di là e poi non portava mai niente, da mangiare lo portavo sempre io. (Sogg.8, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Cioè io avevo capito durante i preparativi del matrimonio che tipo era,cioè lui voleva dimostrare che la mia famiglia erano dei morti di fame, che non volevano cacciare una lira e che lui era quello che poveraccio stava a cacciare proprio tutto, anche gli occhi (...) E lui diceva “siete morti di fame!”. (Sogg.9, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Lui un giorno diceva “Ah no perché tu devi mettere tot. soldi, io metto tot. qua e là, insomma, aveva iniziato lui a stabilire quanto dovevamo mettere ecc...e già aveva cominciato a fregarmi perché comunque lui viveva a casa mia, io dovevo mettere i soldi nella cassa comune. (Sogg.10, da Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Non mi dava più i soldi, non faceva più la spesa, quella poca spesa che aveva fatto lui con i suoi soldi me la buttava. (Sogg.11, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Si era fatto il conto a parte in banca, ho saputo dopo, io vedevo che stì soldi non tornavano e glielo chiedevo e lui diceva “Ah, non ci arrivo più, stì soldi” e io dicevo “ Ma che dici, le spese sono le stesse, in Calabria non spendi una lira, alla spesa ci penso io, hai sempre le stesse spese”. Tutti questi prelievi che lui faceva a me cominciavano a non risultare, a prendere le botte, a dire che io ero attaccata ai soldi. (Sogg.12, da Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- esempi di violenze sessuali: 

- R. aveva esigenze sessuali molto intense e, dal momento che lei non si sentiva all’altezza, aveva accettato, a malincuore, di praticare lo scambismo. Quando però aveva rifiutato di continuare quelle pratiche sessuali che non le piacevano affatto, lui era andato su tutte le furie “Prima dai un giocattolo ad un bambino, e poi glielo levi!”. Lei si era sentita in colpa e lui aveva portato per un periodo delle donne in casa. Inoltre, tiene il conto preciso dei loro rapporti sessuali. Pretende anche che la sera lei indossi un abbigliamento sexy (...) “All’inizio, lo facevo per fargli piacere, adesso lo faccio per stare tranquilla perché, in caso contrario, va a finire che diventa violento. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.44,45) 

- D. era infermiera nella clinica dove M. lavorava come medico. Fin dall’inizio della loro relazione, lui in privato si era dimostrato verbalmente violento; la trattava da puttana, da sporcacciona, le diceva che era una nullità, un’incapace. Con il pretesto che non era sua moglie, lei doveva accettare tutte le sue fantasie sessuali (...) Lei ha finito per crollare ed ha tentato di fuggire, ma lui l’ha inseguita, acciuffata e poi violentata. (Hirigoyen, trad.it.2006, p.45) 

- I litigi accadevano anche per i rapporti sessuali, lui iniziava a dire che io dovevo fare l’amore con oggetti, questi finti, poi con un’altra donna e con lui io dovevo fare l’amore. Io gli ho detto “Ma che, sei pazzo? “ “No, perché tu devi rispettare le cose che mi piacciono, io rispetto le tue”. E io gli dicevo che a me non piacciono quelle cose (...) Lui si arrabbiava ed iniziava a fare polemiche lunghe, lunghe (...) Io dovevo dire si, va bene e basta, e poi portava questi oggetti e facevo quello che devo fare perché lui così vuole e basta (...) Ho detto di no che non accetto, che non voglio sapere niente e lui diceva che non devo fare così perché devo rispettare le sue scelte. (Sogg.1, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Tanto alla fine aveva più forza lui, te va o non ti va quando c’ha voglia... (Sogg.3, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Stavo un po’ male, volevo un rapporto diverso o non lo volevo proprio, e a lui non gliene importava nulla. Non è che mi diceva ti va o non ti va, lui pensava solo al rapporto (...) Lui mi diceva dai, andiamo un po’ di là, facciamo un pò di coccole ed io dicevo “No, non mi va sto male” e là iniziava il casino, iniziava ad urlare “mi sono preso la moglie, che cavolo, io dico si e lei dice no”(...) mi diceva le parolacce, mamma mia, mamma mia, io ogni cinque giorni dicevo mamma mia adesso riinizia il casino, ed infatti (...) sbatteva le porte, le parolacce. (Sogg.7, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Mi prendeva con la forza ed io ho detto no (...) mi diceva “io ho bisogno di farlo, io sono un uomo e mi devo scaricare” (...) E quando mi sono iniziata a ribellare ha iniziato a pretendere le cose nel sesso, si sfogava nel sesso, tipo ad avere un rapporto orale per forza, pretendeva il rapporto da dietro (...) mi acchiappava per un braccio, mi tirava per forza nel letto e pretendeva il rapporto, che fai, ti metti a strillare che i ragazzini stanno a dormire? (...) lui diceva “devi fare la moglie” (...) lui diceva “io per questa settimana voglio questo e basta”! Mi ci telefonava dall’ufficio “ Io stasera voglio il di dietro e me lo dai, sei mia moglie e lo faccio sennò io vado con le altre”. (Sogg.12, da Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

E’ stato inoltre osservato che la violenza domestica è spesso caratterizzata da comportamenti che si susseguono e si ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave che è stato nominato “la spirale della violenza domestica “ (Dutton, 2003, Baldry, 2005, Amann Gainotti e Pallini, 2006). 

I comportamenti tipici nelle tre fasi del “ciclo della violenza” 

Partner maltrattante 

1. Fase di accrescimento della tensione. Cattivo umore, broncio, atteggiamento scontroso. Critiche, minacce, urla, grida. Fare il matto. Nessuna manifestazione di affetto. Tentativi di isolare la vittima. Rottura di oggetti.

2. Fase della violenza. Spintonare, picchiare, percuotere, battere, soffocare, strangolare; umiliare, segregare, stuprare, utilizzare oggetti per ferire.

3. Fase del pentimento. Chiedere, supplicare di perdonare. Promettere di cercare aiuto, di andare in chiesa, di disintossicarsi. Mandare fiori, comprare regali. Chiedere di fare l’amore, dichiarare amore, devozione. Piangere. Cercare aiuto e coinvolgere altri familiari.

 

Donna vittima 

Fase 1 Tentativi per calmare l’uomo. Non cercare contatti sociali né familiari. Cercare di tenere buoni i figli. Comportamento passivo, arrendevole, piacevole. Cucinare piatti preferiti. Avvertire il pericolo. 

Fase 2 Cercare di proteggere se stessa in tutte le maniere. Cercare di calmare l’uomo. La polizia viene chiamata da vicini, parenti, amici, bambini. Andare via

Fase 3 Accettare di rimanere o di ritornare a casa. Ritirare denuncie, fermare i procedimenti penali. Sentirsi felice e piena di speranze. Accettare di ricominciare.

Arriviamo adesso alla delicata e molto controversa questione delle cause della violenza domestica.

Differenti ordini di cause sono in discussione (Gosselin, Lafontaine, Bélanger, 2005): 

  1. 1)  Secondo la corrente che viene chiamata biologica, che si rifà all’etologia (Lorenz, 1966) e anche a S. Freud, l’uomo possiede più delle donne, delle pulsioni aggressive, che facilmente lo rendono violento; 

  2. 2)  Una seconda prospettiva è quella psicologica–psicopatologica secondo la quale certe caratteristiche psicologiche sono associate alla violenza coniugale. Può trattarsi di relazioni di attaccamento infantili non sicuri, disorganizzati, di difficoltà di comunicazione o di disturbi della personalità; 

  3. 3)  Secondo la corrente sociologica, correlati con la violenza coniugale sono lo stress socio-economico, l’identificazione con ruoli di genere tradizionali dove i rapporti di forza sono asimmetrici; 

  4. 4)  Infine secondo l’analisi femminista, la violenza maschile è analizzata come un meccanismo di controllo sociale mirante a mantenere la donna in condizione subordinata. Le violenze contro le donne derivano da un sistema sociale di valori e di rappresentazioni nel quale le donne hanno una posizione sociale inferiore, e lo statuto di essere dominati (Pasconcino, 2006). La violenza contro le donne, ivi compreso il rifiuto da parte delle istituzioni della libera scelta delle donne per quanto riguarda la maternità, viene analizzato come essendo un mezzo di controllo sulle donne, bisogno di controllo che ha le sue radici nella disuguaglianza dei rapporti di potere tra uomo e donna, e tale disuguaglianza costituisce un ostacolo alla effettiva realizzazione della parità uomo-donna (art. 13 della Dichiarazione sulla politica contro la violenza verso le donne in una Europa Democratica, Roma, 1993, in : Jaspard, 2006). 

Attualmente, le spiegazioni oscillano tra le spiegazioni psico-patologiche e le spiegazioni sociologiche e femministe.
Ci vuole molta prudenza quando si arriva ai casi singoli; probabilmente, come in tutti i fenomeni psicologici e comportamentali bisogna parlare in termini di con- cause e di combinazione di cause. 

Per quanto riguarda la tipologia degli uomini violenti, a differenza di quello che ci si potrebbe immaginare, nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte, come riferisce Baldry (2005, p. 86), a uomini così detti ‘normali’ che hanno cioè una loro vita sociale normale, relazioni amicali e lavorative soddisfacenti; uomini insospettabili provenienti da diversi contesti socio-culturali. Solo nell’8 per cento dei casi questi uomini fanno uso abituale di alcol; l’alcol, o l’uso di sostanze stupefacenti non spiegano i comportamenti violenti. Risulta infatti anche da ricerche internazionali che spesso sono gli stessi uomini a usare come alibi i loro problemi o l’uso di sostanze cercando quindi all’esterno la causa del loro comportamento (Cromwell e Burgess, 1999). In realtà il comportamento violento non cessa quando cessa l’uso di queste sostanze; anzi essendoci maggior lucidità, l’uomo mette in atto comportamenti violenti più mirati e con la precisa consapevolezza di intimorire la donna e farle del male (Herman, 1992). In rarissimi casi (pari al 3%) siamo in presenza di uomini affetti da disturbi della personalità tali che possono, se non giustificare, spiegare almeno in parte tali comportamenti.

3. I Centri Antiviolenza come luogo di sostegno e di aiuto alle vittime (ripreso da : Baldry, 2005, p.85-89). 

A Roma, l’Associazione Differenza Donna ONLUS, associazione di donne contro la violenza alle donne, nasce nel 1989 come “luogo di comunicazione, solidarietà e iniziative per far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza fisica, psichica e lo stupro, reati specifici contro la persona perché ledono l’inviolabilità del corpo femminile” (art. 1 dello Statuto). L’Associazione gestisce dal 1992 il Centro Antiviolenza della Provincia di Roma, dal 1997 quello del Comune e dal 2000 un altro Centro della Provincia di Roma per ‘donne in difficoltà sole o con figli’. Sin dall’apertura dei Centri antiviolenza si è registrato un aumento esponenziale del numero delle donne che ogni anno chiede di essere aiutata. 

Dall’apertura del primo Centro Antiviolenza fino al primo semestre 2004, sono state accolte quasi 8000 donne. Nel primo anno dell’apertura si sono rivolte ai Centri circa 300 donne; nel 2000 si sono rivolte oltre 1500 donne. Ogni anno questo numero è destinato ad aumentare. Di loro oltre cinquanta (pari circa al 10% di donne che ogni anno si rivolge ai Centri). Nel 94% dei casi, le donne che si rivolgono ai Centri hanno subito violenza in famiglia dal proprio partner (marito o convivente). Si tratta di donne che hanno subito maltrattamenti, percosse o lesioni gravi, violenza privata, minacce, ingiurie, sequestro di persona e stupro. Si tratta di donne provenienti da tutte le classi sociali e con differenti livelli di istruzione. Molte donne che vengono ai Centri riferiscono di non possedere una propria attività lavorativa. In alcuni casi infatti, donne che avevano un lavoro sono state costrette a lasciarlo perché il proprio partner non permetteva loro di andarci, oppure impossibilitate in quanto costrette ad accudire ai figli e alla casa da sole senza poter contare su alcun aiuto e sostegno. Tuttavia anche l’indipendenza economica delle donne non costituisce una garanzia di libertà dalla violenza; anche se il controllo economico costituisce un forte strumento per la gestione del potere e il controllo sulla partner, vi sono meccanismi psicologici e culturali complessi per cui una donna continua a rimanere con un uomo che le usa violenza.

L’attività presso i Centri Antiviolenza.
I tre Centri gestiti dall’Associazione Differenza Donna svolgono numerose attività fra cui: 

  • servizio telefonico 24 ore su 24; 

  • colloqui e counselling delle operatrici con le donne che contattano il Centro 

    (fase dell’accoglienza); 

  • consulenze legali civili, penali, minorile, immigrazione e del lavoro; 

  • ospitalità per le donne ed eventuali figli che si trovano in gravi situazioni di rischio e sono costrette a fuggire di casa per recarsi in luogo protetto; 

  • progetto di intervento con bambini testimoni di violenza. Ascolto, intervento, organizzazione di attività per i bambini ospiti presso il Centro con particolare enfasi al lavoro basato sulla relazione madre-figlio; 

  • mediazione scolastica e familiare. Interventi nelle scuole per i casi di conflitti nell’ambito scolastico (fra alunni, fra alunni e insegnanti) attraverso la promozione della mediazione come forma di gestione e risoluzione dei conflitti emersi per evitare l’acuirsi di situazioni che potrebbero sfociare in vere e proprie forme di violenza; 

  • baby-garden. Spazio aperto ai bambini ospiti presso il Centro ma anche per tutti i bambini del territorio. In questo luogo, i bambini, con l’aiuto di educatrici e psicologhe specializzate, svolgono attività ludiche mirate. Si tratta di interventi volti allo sviluppo della propria emotività, espressione, comunicazione. Viene dato molto spazio alla comunicazione non verbale corporea, attraverso il gioco con i burattini, il mimo, la pittura, le costruzioni; 

  • Gruppi di mutuo/auto-aiuto. Attivi da quattro anni, i gruppi di mutuo/auto- aiuto costituiscono un luogo e un momento forte per il confronto fra donne che hanno vissuto le stesse esperienze. Attraverso la condivisione di storie, vissuti, paure e bisogni, una donna vittima di violenza vede la sua storia come meno diversa dalle altre e riconduce il problema di quanto successo non a un suo singolo problema ma a qualcosa che è accadute indipendentemente dalla sua volontà Le donne vittime di violenza spesso infatti vengono colpevolizzate, o si colpevolizzano loro stesso per quanto hanno subito; attraverso un processo di scambio e di condivisione, la donna singola si sente meno sola, maggiormente compresa. Questa metodologia permette il rafforzamento individuale attraverso il sostegno del gruppo e la condivisione di vissuti personali permettendo così la fuoriuscita dalla solitudine;

  • Laboratorio di psicologia. Formazione e autoformazione per le perizie e le consulenze tecniche nei procedimenti civili e penali. Laboratorio di ricerca e sperimentazione sulle conseguenze della violenza su donne e minori. 

  • Gruppo sul danno biologico. Costituito da psicologhe, una psicoterapeuta, una psichiatra,un medico legale, e l’avvocata responsabile dell’Ufficio legale per lo studio e l’individuazione del danno biologico identificato come lesione dell’integrità psico-fisica conseguente ai maltrattamenti psichici e fisici e alle violenze sessuali; 

  • S.O.S. Stupro. Si tratta di un servizio polifunzionale che vede coinvolte ginecologhe, medico legale, psicologhe per i casi di donne che hanno subito uno stupro. Lo scopo di questo servizio è quello di fornire nello stesso luogo un intervento qualificato di tutela e sostegno alla donna che ha subito questo tipo di violenza. Si tratta di intervenire in collaborazione con i posti di polizia e pronto soccorso e poter così fornire nel più breve tempo possibile, risposte a tutela della donna; 

  • Orientamento e inserimento lavorativo. Presso i Centri è in funzione anche uno sportello per la consulenza e l’inserimento lavorativo per sostenere le donne nella ricerca di un impiego lavorativo che permetta loro di acquisire un’indipendenza economica. 

    Le donne che si rivolgono ai Centri hanno scelto di porre fine alla situazione di violenza che hanno subito e necessitano però di un sostegno concreto a vari livelli per ritrovare in se stesse la forza e il coraggio per liberarsi da situazioni di violenza che spesso si perpetua da anni. Il tipo di aiuto fornito alla donna non è di tipo assistenziale. La sola assistenza infatti anche se fornisce risposte immediate, lascerebbe la donna in una situazione passiva. Lo scopo dell’attività dei Centri è invece di aiutare la donna affinché aiuti se stessa a ritrovare il coraggio e la forza per costruirsi un progetto di vita futura fattivo, concreto che tuteli la salute psicofisica della donna e dei suoi eventuali figli. Un lavoro che parte dall’analisi della propria storia personale, dei sensi di colpa, del vissuto interno e relazionale con lo scopo di riacquistare un livello di autostima e assertività tali che le permettano di gestire e superare le difficoltà. L’Associazione è costituita dalle socie volontarie che per poter svolgere attività presso i Centri e presso l’Associazione devono seguire il corso di formazione, per operatrici di accoglienza specializzate tenuto dalle docenti dell’Associazione. Il corso ha la durata di 9 mesi, per un totale di 72 ore circa, più una fase di tirocinio pratico nei Centri antiviolenza, caratterizzato da affiancamento al fine di apprendere competenze specifiche. Tutte le volontarie, una volta completato il corso base, prendono parte al corso di formazione permanente su tematiche attinenti l’attività dei Centri e dell’Associazione. 

    L’attività dell’Associazione è basata sul principio del volontariato. Un volontariato cioè dove altre donne, nell’intento comune di ridurre o eliminare ogni forma di violenza e soprusi, aiutano le donne in difficoltà nel tentativo di modificare una cultura che le vede spesso soggiogate e colpevolizzate e private dei propri diritti di cittadine.

Ai Centri operano una responsabile a tempo pieno e diverse operatrici part-time a turnazione a fine di garantire la presenza quotidiana 24 ore su 24. Vi sono anche diverse figure professionali che svolgono la loro professionalità in vari settori; si tratta di psicologhe, ginecologhe, medico legale, assistenti sociali, educatrici, giornaliste, ostetriche nonché un gruppo di avvocate specializzate che insieme costituiscono l’Ufficio legale. 

L’Ufficio legale svolge un’attività specialistica di consulenza e assistenza legale in vari settori: 

  •  civile, per le cause di separazione e divorzio; 

  •  minorile, per i casi delle coppie di fatto per l’affidamento dei figli di cui è competente il Tribunale per i Minorenni, nonché per la eventuali valutazioni di sospensione o limitazione della potestà genitoriale; 

  •  penale, per le denunce querele per i casi di maltrattamenti e violenze sessuali su donne e minori; 

  •  immigrazione, per le donne immigrate sposate o conviventi con italiani o stranieri che hanno contratto l’unione in Italia o all’estero, o per tutti quei casi di richiesta di permesso di soggiorno per protezione sociale; 

  •  lavoro, per i casi di molestie sessuali e per la tutela dei diritti delle lavoratrici. 

    4. Violenze coniugali: il caso della Spagna. 

    Come anticipato all’inizio di questo contributo, la Spagna, con il governo socialista di R.L. Zapatero insediatosi nel 2004 si sta impegnando in maniera decisa per arginare, combattere e punire le violenze perpetrate sulle donne. 

    Montserrat Comas, Presidente dell’Osservatorio contro la violenza domestica, ritiene che la violenza contro le donne sia un problema importante quanto il terrorismo per la società spagnola. L’Osservatorio, organismo di Stato creato nell’Ottobre 2002 in seno al Consiglio generale del potere giudiziario è, tra le altre cose, incaricato di seguire da vicino tutti i casi di violenza domestica incontrati nei tribunali e i posti di polizia per analizzarli e per meglio comprendere il fenomeno. 

    Con il governo socialista di Zapatero, una nuova legge è stata votata all’unanimità nel dicembre 2004, la legge di protezione integrale della violenza di genere e dal 2005 tale legge è entrata in applicazione. Per l’attuale governo Zapatero, l’unico in Europa a rispettare la parità uomo-donna, con la metà dei portafogli ministeriali affidati a delle donne, la situazione è di tolleranza zero contro le violenze perpetrate sulle donne. 

    Una delle misure più rilevanti e visibili messe a posto grazie a questa nuova legge è la creazione di Tribunali speciali contro “la violenza domestica“. Ne sono stati istituiti 17 fino a giugno 2005, di cui 14 sono diretti da donne. I Tribunali lavorano nella maggior parte delle grandi città spagnole, la dove l’incidenza della violenza contro le donne è più elevata.

Questi Tribunali stabiliscono l’allontanamento immediato dell’aggressore appena una denuncia viene sporta e la sua sorveglianza da parte di agenti della polizia nazionale specializzata in questi problemi. 

Tali misure hanno avuto come conseguenze dirette l’abbassamento del numero di vittime mortali e l’aumento del numero delle denunce. Un primo risultato molto positivo, commenta Montserrat Comas, la quale ritiene tuttavia che non ci si debba contentare dell’aspetto repressivo, che molto rimane da fare per cambiare le mentalità, e per attuare un lavoro a livello preventivo. La Spagna è ancora un paese “ machista”, che ha dietro a sé anni anni di stereotipi, di “clichés”, di educazione e di cultura che impone un ruolo preciso alla donna, un ruolo di totale ineguaglianza con l’uomo. Ad esempio, in molti dei casi più drammatici, quelli che si sono terminati con la morte della donna, questa non aveva neanche sporto denuncia. 

Ciò viene confermato da Raimunda de Penafort, giudice al I Tribunale di Madrid per le questioni di violenza domestica.
De Penafort ha scritto un libro “Una juez frente al maltrato” in cui spiega in un linguaggio semplice e diretto, come si svolge il processo che fa seguito alla deposizione di una denuncia, illustrando i fatti attraverso il processo e il percorso delle 12 prime donne da lei assistite. 

Registriamo una media di 24 denuncie al giorno, spiega. Abbiamo trattato 1500 casi da giugno a dicembre 2005. E’ un progresso perché uno dei pericoli, per le donne maltrattate, è di chiudersi nel silenzio. Questa legge ha almeno il merito di fare uscire le donne dal loro isolamento. 

5. I bambini presi nella violenza domestica. 

a) Maltrattamenti e violenze in gravidanza
Un problema emergente, ancora poco affrontato nella letteratura psicologica è quello dei maltrattamenti e degli abusi subiti durante la gravidanza.
Da una serie di articoli pubblicati nel 2004 sulla Rivista “Journal of Family Violence”, sembra che negli Stati Uniti il fenomeno sia statisticamente rilevante. Le conseguenze di violenze subite in gravidanza sono di notevole entità psicologica per le donne, ma comportano anche gravi traumi fisici, di varia natura non solo per la madre ma anche per il nascituro come numerose indagini mediche hanno evidenziato (Pan American Health Organization, 2005).
Tra i motivi ricorrenti per spiegare i comportamenti violenti del partner (futuro padre) rivolti alla donna (futura madre) vi è quello dell’aumento di stress che la gravidanza della partner comporta per l’uomo.
La gravidanza, per certi uomini, sarebbe fonte di stress e di frustrazione che si traduce in violenze sulla fonte di disagio percepita: la madre e il nascituro. Il motivo per cui la gravidanza della partner potrebbe essere fonte di stress per l’uomo non è stato ancora chiaramente elucidato dalla ricerca psicologica.

Delle ipotesi sono state avanzate e discusse in alcuni articoli recenti pubblicati nella Rivista “Journal of Family Violence” (Burch e Gallup, 2004; Martin, Harris- Britt, Yun Li e coll., 2004). 

Secondo Burch e Gallup, l’incertezza riguardante la propria paternità, potrebbe essere un punto di partenza per tentare di capire il manifestarsi di comportamenti violenti in gravidanza. Gli autori argomentano che laddove la donna, per evidenti motivi legati alla sua biologia, sa sempre con assoluta certezza che il figlio è suo, l’uomo invece, per via del meccanismo stesso della fecondazione e della riproduzione, non può essere assolutamente certo di essere il padre biologico, a meno di isolare totalmente la moglie o la partner da altri uomini. Permane sempre la possibilità che ella sia stata fecondata da altri uomini. Ciò spiegherebbe anche l’incidenza molto maggiore della gelosia sessuale negli uomini, riscontrata in tutte le culture (Kinsey, 1953; Buss, 1994). 

Sembra che gli uomini, più delle donne, vivano con stress e ansia l’idea dell’infedeltà sessuale della partner, mentre le donne sono più angosciate dall’infedeltà affettiva e dalla prospettiva di essere abbandonate dal partner. 

b) La violenza assistita nei minori.
Per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte del bambino/a qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte o minori. Il bambino/a può farne esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza), e/o percependone gli effetti. Si include l’assistere a violenze di minori su altri minori e/o su altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici. 

I bambini che assistono a conflitti familiari caratterizzati da alti livelli di aggressività espressa sono da tempo considerati vere e proprie vittime di maltrattamento (Documento Cismai, 2005), sia perché, in sé, il comportamento violento risulta traumatizzante, sia perché il genitore violento fallisce nel compito protettivo, non preservando i figli dall’esposizione alla propria violenza. La violenza sulle madri è alla base di molti casi di violenza assistita subita da minori. Essa può mettere a rischio, a partire dalle prime fasi della gravidanza, la salute psicofisica e la vita stessa sia delle madri che dei bambini. Il maltrattamento continuato nel tempo porta la madre-vittima a isolamento, a mancanza di risorse a tutti i livelli e produce una condizione di impotenza che investe anche gli aspetti della genitorialità. 

Una madre maltrattata è una madre traumatizzata; infatti, la violenza soprattutto se protratta nel tempo (traumatizzazione cronica), oltre a danni fisici di vario tipo, può produrre un gran numero di sintomi assimilabili al disturbo da stress post-traumatico. Questi influenzano fortemente la relazione con i figli e le capacità di accudimento e di attenzione verso i loro bisogni.

I bambini, nelle famiglie dove avvengono maltrattamenti sulla madre, si trovano ad assistere direttamente, indirettamente e/o percependone gli effetti, a violenze: fisiche, psicologiche, verbali, economiche, inerenti l’area della sessualità. 

I bambini che vivono in contesti violenti non solo provano paura per l’incolumità propria e delle loro mamme, ma risentono di un doloroso senso di impotenza e d’incapacità per non potere fermare gli scopi di aggressività di cui sono spettatori. Questo senso di impotenza, a sua volta, può generare un senso di colpa acuto per non essere stati in grado di contrastare la violenza o addirittura per avere, indirettamente causato le liti tra madre e padre. 

Assistere alla violenza di un genitore nei confronti dell’altro non solo crea confusione nel mondo interiore dei bambini, su ciò che è affetto, intimità, violenza, ma va anche a minare il cuore delle relazioni primarie.
Come riportato nel contributo di Milani e Gatti (2005 ), Bancroft e Silverman (2002), basandosi su osservazioni cliniche,differenziano i padri maltrattanti da quelli non maltrattanti soprattutto per quanto riguarda i seguenti aspetti della relazione con i figli: 

- uso dell’autorità
- disimpegno
- deligittimazione della madre
- diferenza tra comportamento privato e pubblico 

- Gli effetti a lungo termine della violenza assistita
La violenza assistita è una forma di maltrattamento che può determinare effetti a breve, medio e lungo termine e può rappresentare uno dei fattori di rischio per la trasmissione intergenerazionale della violenza. Non esaurisce i suoi effetti nella sfera individuale o familiare, ma si riverbera in ambiti sociali più ampi che possono coinvolgere altre persone come, gli amici, i compagni di scuola, gli insegnanti.
a) per quanto riguarda le reazioni dei figli e le conseguenze psicologiche individuali, si possono menzionare i dati forniti da un’ampia ricerca di Fergusson e Horwood (1998), citata in Milani e Gatti (2005 ), condotta su 1.265 bambini neozelandesi, “monitorati” dalla nascita fino a 18 anni con cadenza annuale. I risultati hanno evidenziato come gli atti di violenza perpetrati da un genitore nei confronti dell’altro sono risultati strettamente correlati a diverse misure di maladattamento quali : presenza di disturbi psicologici e/o psichiatrici, dipendenza da sostanze, tentativi di suicidio, comportamento deviante o criminale.

 

b) relativamente agli effetti della violenza assistita rilevabili in ambito sociale allargato, una ricerca di Baldry (2003), ha analizzato un campione di 1.059 bambini delle scuole elementari e medie di Roma e provincia. L’autrice ha messo in evidenza che i bambini esposti a episodi di violenza familiare sono anche più propensi ad esercitare forme attive di bullismo nei confronti dei compagni. La medesima tendenza si evidenzia anche per i bambini vittime di bullismo: il 71% degli esposti a violenza in famiglia subisce episodi di bullismo a scuola. La posizione di questi bambini vittime è dovuta ai sentimenti di diminuita autostima, aumentata depressione e paura conseguenti all’ assistere ad atti di violenza familiare. 

6. Osservazioni conclusive 

Come abbiamo già rilevato all’inizio di questo contributo, la violenza domestica è un fenomeno sociale e familiare di cui solo di recente si è riconosciuto l’estensione e la gravità.
Non esistono ancora standard internazionali per la rilevazione della violenza domestica anche se sono disponibili dati di studi e di indagini condotti in vari paesi europei e non (U.S.A e Canada), e da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e dell’ ONU. 

L’Italia, con l’indagine ISTAT del 2006, insieme alla Finlandia e alla Spagna è tra i paesi europei che si sono preoccupati di condurre una indagine su larga scala. Tali ampie indagini sono particolarmente importanti per intervenire a livello legislativo e par la progettazione di politiche sociali e sanitarie miranti a migliorare la qualità della vita delle donne. 

Ci sembra qui, e per concludere, della massima importanza affermare che la violenza domestica è soltanto uno degli aspetti del macro-fenomeno universale, diffuso ed esteso a tutti i livelli storici e culturali, quello cioè delle violenze perpetrate contro le donne. 

La violenza contro le donne si esercita dappertutto. Assume forme diverse che vanno dagli infanticidi delle bambine, alle mutilazioni genitali femminili agli stupri collettivi in tempi di guerra (e di pace..), ai crimini “ d’onore”, ai matrimoni forzati, ecc.. 

Nel “ Livre noir de la condition des femmes “, a cura di C. Ockrent (2006), la violenza contro le donne viene presentata e definita come vero e proprio “ terrorismo sessuale”.
Ma, a differenza della “lotta contro il terrorismo”, la “ lotta contro il terrorismo sessuale” non figura nel programma delle azioni intraprese e condotte a livello internazionale. Aggiunge Irene Kahn (p.706), Presidente di “Amnesty International”: “ Che sia sui campi di battaglia, oppure nelle camere da letto, o nei bassi-fondi delle città, questa violenza, esercitata nell’ombra e in segreto, costituisce uno dei principali scandali non riconosciuti in materia di violazione dei diritti umani “.

(Prof. Merete Amann Gainotti)La violenza domestica

Il fenomeno della violenza coniugale, o domestica, pone numerosi e seri problemi a livello sociale, familiare e psicologico. Solo di recente se ne è riconosciuto l’estensione e la gravità e si è cominciato a prendere seriamente in considerazione le conseguenze che sono di ordine non solo psicologico ma anche sociale ed economico. 

Al riguardo, rispetto al costo economico, vi sono una serie di articoli scientifici, pubblicati negli anni ’80 e ’90 che analizzano e cercano di fornire delle stime relative al costo della violenza domestica per i sistemi sanitari dei vari paesi, costi relativi alle medicazioni di ferite, contusioni, fratture, ai ricoveri, ai traumi, nonché alle conseguenze a lungo termine come alcolismo, tossicomania, depressioni, assenze dal lavoro ecc. (Straus, 1986; Heise, 1994; Godenzi, Yodanis, 1999). 

In Italia vi è stato una sorta di negazione del problema sia da un punto di vista istituzionale che sociale; la violenza domestica per molto tempo è stata percepita come un affare privato e non come un reato contro la persona (Ventimiglia, 1996), per cui sono ancora poche le ricerche e le pubblicazioni realizzate in lingua italiana, che si occupano di questa problematica. 

Le percezioni e le rappresentazioni sociali relative alla violenza domestica stanno cominciando a cambiare. Come appena detto, prima si riteneva che si trattasse di un fenomeno privato, da relegare nel segreto delle mura domestiche. Si riteneva anche che gli uomini violenti fossero degli individui di ceto sociale basso, degli individui poveri, sfruttati, frustati, alcolizzati che si vendicavano sulla donna, a volte anche sui bambini della propria decadenza sociale e delle umiliazioni subite, mentre attualmente, in base a dati statistici, si sa che il fenomeno è ampio e tocca tutti i ceti sociali e tutte le culture. 

Spesso le uniche statistiche disponibili, parziali, provenivano da alcune istituzioni come la polizia o i servizi sanitari di Pronto Soccorso, oppure provenivano da servizi di ascolto telefonico o da case di accoglienza. Questi dati, quando esistevano, erano comunque insufficienti per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno. 

Il problema di raccogliere dati ed informazioni obiettive sul fenomeno della violenza domestica é fortemente sentito e si fa riferimento alla piattaforma di azione elaborata a Pechino nel 1995, in occasione della Conferenza mondiale delle donne, in cui si invitava i paesi membri a promuovere la ricerca, ad organizzare la raccolta di dati, a predisporre statistiche sul fenomeno della violenza domestica, sulla prevalenza delle varie forme di violenza, a ricercarne le cause e a promuovere misure efficaci per prevenire e riparare.

Non si intende in questa sede approfondire l’aspetto quantitativo del fenomeno, può tuttavia essere interessante fornire alcuni dati indicativi sulle violenze che colpiscono le donne. 

Una seria ricerca svizzera, promossa nel 1997 dal ‘Fond national pour la recherche’ indica che una donna su 5 ha subito violenza fisiche o sessuali nella sua vita di coppia. Due donne su 5 hanno avuto a che fare con violenze psicologiche. 

In Francia 400 donne muoiono ogni anno, vittime di violenza coniugale. Cifre simili sono registrate in Spagna. 

Una importante inchiesta è stata condotta dall’OMS nel 2005 in tutto il mondo nel quadro di un progetto sulla salute delle donne. I risultati indicano che tra 10 a 50 % di donne nel mondo, con cifre variabili da paese a paese, dichiarano di avere subito violenze, più o meno gravi, da parte del partner. 

Nel mese di febbraio 2007, sono stati presentati a Roma i risultati di una indagine frutto di una convenzione tra l’Istat e il Ministero per le Pari Opportunità interamente dedicato al fenomeno della violenza fisica e sessuale contro le donne. Il campione comprendeva 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni, intervistate su tutto il territorio nazionale dal gennaio all’ottobre 2006 con tecnica telefonica. 

I principali risultati indicano che 31,9% delle donne della classe di età considerata sono state vittime di violenza fisica osessuale nel corso della vita; 23,7% hanno subito violenze sessuali; 4,8% hanno subito stupri o tentativi di stupri. 

Nella quasi totalità dei casi,le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso degli stupri, la quasi totalità non è denunciata (91,6%). E consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite (33,9% per quelle subite dal partner e 24% per quelle da non partner). 

Può anche essere interessante sapere che tutte le inchieste statistiche che cercano di produrre dati sulla violenza domestica, provengano esse dagli Stati Uniti, dal Canada, dalla Svizzera dalla Francia vengono spesso accolte con scetticismo e non di rado scatenano polemiche nella stampa; sembra che nessun paese europeo sia sfuggito a questo fenomeno. 

Come commenta Maryse Jaspard (2006), una studiosa francese, esperta delle inchieste statistiche sulla violenza contro le donne, vi sono delle cifre che danno fastidio e che innescano reazioni di avversione maschili, eppure la matematica non è un opinione...

In Spagna al contrario, dove si è manifestata una forte volontà politica, con il governo Zapatero insediatosi nel 2004, di combattere la violenza domestica i risultati prodotti dall’Istituto della donna sono stati accolti con grande rispetto. Il caso della Spagna e delle misure prese dal governo Zapatero stanno ad indicare il ruolo fondamentale degli atti e del contesto politico e di conseguenza la posizione dei media, per l’accoglienza che viene data alle ricerche quantitative sulla violenza coniugale. 

La Spagna è attualmente un paese all’avanguardia nella lotta alla violenza domestica. 

1. Le forme, le manifestazioni e i meccanismi della violenza domestica 

Prima di parlare nello specifico della violenza domestica è opportuno dare una definizione più generale del termine violenza.
La definizione che ne fornisce l’antropologa francese Francoise Héritier nel 1997, sembra essere, a tal proposito, un buon punto di partenza: “Chiameremo violenza ogni costrizione di natura fisica, o psichica, che porti con sé il terrore, la fuga, la disgrazia, la sofferenza o la morte di un essere animato; o ancora, qualunque atto intrusivo che ha come effetto volontario o involontario l’espropriazione dell’altro, il danno o la distruzione di oggetti inanimati”. Si tratta di una definizione molto ampia, che, senza fare particolare riferimento alla violenza contro le donne, cerca di delineare la violenza nella sua reale complessità e differenziazione di espressioni: come costrizione non solo fisica, ma anche psichica; come atto intrusivo; pure nella denominazione degli effetti della violenza, Héritier tiene conto della loro enorme varietà: terrore, fuga, disgrazia, sofferenza, morte; e ancora espropriazione, danno, distruzione, in una sorta di climax ascendente che contempla la natura variegata delle conseguenze della violenza. 

Per quanto riguarda le forme, le manifestazioni e i meccanismi della violenza domestica, i dati a disposizione indicano che essi sono identici dappertutto, sotto tutte le latitudini.
Le manifestazioni possono essere descritte nel seguente modo: “la violenza è fondata su un rapporto di forza o di dominazione (dell’uomo sulla donna) che si esercita con brutalità fisiche o psicologiche. Si tratta di imporre la propria volontà all’altro, di dominarlo usando una serie di mezzi quali molestie, umiliazioni, svalorizzazioni, fino alla capitolazione e alla sottomissione della vittima”. 

La lista dei mezzi utilizzati e delle forme che prende la violenza è lunga. Nell’insieme, seguendo gli specialisti e i ricercatori che si occupano del problema, sono state descritte:

a) le violenze fisiche che sono quelle più facilmente individuabili; 

b) le violenze psicologiche 

- come rifiutare la comunicazione, minacciare, prendersela con i figli, tutti i comportamenti miranti a controllare o a svalorizzare, o a imporre dei modi di fare o di essere, ad es. imporre dei modi di vestirsi;

- gli insulti, le ingiurie, gli atti dispettosi, ad esempio buttare, strappare, rompere oggetti che hanno un valore affettivo per la donna; 

c) la violenza economica che consiste nell’impedire l’accesso alle risorse economiche; 

d) le violenze sessuali che impongono rapporti sessuali non desiderati o pratiche sessuali non desiderate. 

Alcuni esempi concreti tratti dal libro di Hirigoyen (2005) e da una nostra ricerca con donne utenti del Centro antiviolenza della Provincia di Roma (Amann Gainotti e Pallini, 2006 ) possono illustrare efficacemente queste varie forme di violenze: 

- esempi di violenze fisiche: 

- D. dice che, fin dall’inizio della loro relazione, è stata oggetto di atti di violenza fisica di moderata entità, che commenta in questi termini: “Non era niente di grave, solo qualche livido”(...) Poco dopo il parto cesareo, lui le aveva torto il braccio e l’aveva buttata per terra perché D. aveva rifiutato di stirargli una camicia (...) la violenza è ulteriormente aumentata dopo la nascita del secondo figlio (...) un giorno S. ha colpito D. al volto con un portacenere e lei è dovuta andare all’ospedale (...) il fatto che l’abbia denunciato ha fermato, per qualche tempo, le aggressioni fisiche di S., ma ha provocato una recrudescenza di violenza verbale e psicologica. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.13,14) 

- Avevo appena cominciato una gravidanza difficile ed il medico mi aveva chiesto di stare distesa il più possibile, ed ecco che mio marito pensò bene di invitare sei colleghi a cena, precisando che era importante per lui che io preparassi un pasto eccellente. Non mi propose nemmeno una volta di aiutarmi. Dopo cena, dovetti andare all’ospedale per un’emorragia. Non mi accompagnò, con il pretesto che il giorno dopo doveva alzarsi presto per il lavoro. Quando tornai a casa dopo un falso allarme di parto, fece come se non fosse successo niente. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.34,35) 

- Lui è ritornato e mi ha vista che stavo un po’ male con la testa, mi ha preso per i capelli e mi ha buttata per terra, ha iniziato a darmi calci e a picchiarmi ed a dirmi parolacce e se n’è andato di casa; poi i vicini di casa hanno chiamato l’ambulanza, mi hanno preso e portata all’ospedale. (Sogg.1, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- E lui mi diceva “Dai stai buona, non strillare mi stai dando alla testa, me stai a dà alla testa “ e bum mi diede uno schiaffo proprio in faccia. (Sogg.2, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- No, io ho provato anche a cacciarlo via, a farmi lasciare le chiavi di casa, ma lui ha cominciato a picchiarmi (...) Mi ha massacrata di botte. (Sogg.3, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Ha iniziato a picchiarmi con la scopa, la scopa rotta. Non era ubriaco né drogato, era lucido. Poi se n’è andato a dormire e la mattina dopo mi ha detto: ”scusa, ero nervoso”(...) Una sera che mi stava picchiando e aveva chiuso tutte le porte a chiave, sopra avevano sentito le urla, erano scesi tipo mamma, fratello, padre (...) Mi ha menato, non mi ricordo perché, ha iniziato a menarmi, ma io quel sangue che mi usciva dal naso in un modo allucinante, mi ricordo solo stò sangue che usciva, la cugina ha chiamato la sorella, perché loro tentavano di levarmi da sotto le sue mani perché lui era un animale, era forte (...) Mi sono svegliata una mattina che piangevo e gli ho detto che mi sentivo oppressa, che era meglio che me ne andavo un po’ da mamma e lui si è incazzato e mi ha dato due schiaffi (...) “Perché sei una troia, sei una puttana”, ha iniziato a menarmi, io con questa pancia che non mi potevo muovere, mi spingeva. (Sogg.5, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- E’ andata così: io sono andata in bagno, dove c’era un terrazzino, dove tenevo le scarpe, lui mi è corso dietro, mi ha tirato per i capelli, mi ha buttato giù per terra. Io mi sono alzata, mamma mia, una paura da morire! E quella notte poi non ho chiuso occhio perché volevo andare via (...) Mi sono cercata un lavoro e lui si arrabbiava sempre di più, poi era successo che mi alzava le mani davanti al bambino, la situazione è diventata sempre più brutta e ho deciso di separarmi. (Sogg.7, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Lui ha iniziato con uno schiaffone in faccia pieno pieno, tipo che io vedevo bianco(...)Lui mi ha detto andiamo al cinema, per far contenta me perché lui proprio odiava il cinema, allora c’era Rocky Balboa che a lui gli piaceva, Rambo anzi, mi portò in braccio dentro al cinema, siamo usciti, mi ha portata dentro al camion, lui aveva un ducato all’epoca, mi ha ammazzata di botte. Non ho mai saputo il motivo (...) quando si è fermato ha cominciato le botte ed io piangevo dalla rabbia più che dal dolore, e poi mi diceva “Qual è il piede che ti fa male? M’ha, guarda mi ci viene da piangere, picchiato sul piede (...) mi ha sferrato così violentemente il pugno mentre guidava e me l’ha spostato, me l’ha sfracassato, ho avuto un trauma cranico io, all’ospedale se ne sono accorti che era un naso spaccato da una botta (...) Mi arriva sta capocciata, così non me l’ha deviato e non sono stata operata, si è saldato da solo, ma questo è un naso che è stato operato, 21 giorni di ospedale mi sono fatta e ho sofferto peggio che partorire, il dolore più grande della mia vita (...) Quando ero incinta di quattro mesi, a rischio di farmi abortire, mi ha picchiata(...) Quando lui è tornato dalla cena con S., mi ha gonfiata di botte, mi ha dato un calcio dietro la schiena ed io ho avuto perdite ematiche. (Sogg.9, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Io mi ricordo che una volta mi ha incominciato a prendere a calci in pancia, per cui io parlavo, parlavo, parlavo, lui non riusciva a parlare e menava e quindi questa era la dinamica (...) c’erano già state le litigate, queste cose, e poi sempre litigando, per tenermi la bocca chiusa mi ruppe il setto nasale (...) poi aveva dei periodi in cui mi menava per delle sciocchezze, proprio cose stupide, però mi diceva che era colpa mia perché lui era nervoso ed io dovevo capire, dovevo lasciarlo perdere (...) Lui poi mi urlava in faccia, io mi mettevo così (si copre la testa con le mani), mi dava uno schiaffo perché diceva che io gli avevo dato uno schiaffo. (Sogg.10, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Ero pronta pure che la gente rideva, ma pur di far valere i miei diritti, specialmente di mia figlia, ho detto “Ridono, anche se butta tutto fuori, bah, ridono, piglio la roba e me la riporto dentro, non me ne importa” (...) fino a che lui non mi ha massacrato, ed io sono fuggita qua. (Sogg.11, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- esempi di violenze psicologiche: 

- In un’altra occasione, lui ha rotto il cellulare di D. e confiscato il telefono fisso di casa, poi ha chiuso compagna e figli nell’appartamento per ventiquattr’ore. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.14) 

- Il marito non lasciava che S. guidasse né uscisse da sola. Lei non aveva né carta di credito né libretto degli assegni. Non aveva nemmeno la chiave della cassetta delle lettere, perché lui ci teneva ad aprire tutta la posta. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.26) 

- Quando alla fine ho lasciato mio marito, mi ha detto che ero una tale nullità che nessun’altro uomo ne avrebbe voluto sapere di me. Ancora anni dopo, pur sapendo di essere una donna attraente, non mi sento capace di piacere ad un uomo. (Hirigoyen, trad,it. 2006, p.30) 

- Mentre gli stavo rimproverando le sue infedeltà, mio marito mi ha trascinata in bagno e buttata per terra: “Sto per farti vedere cosa sei per me!” E mi ha orinato addosso. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.32) 

- Mio marito(...) si piantava davanti al televisore e chiamava i nostri figli: “ Ragazzi, venite a vedere che belle pupe con certe tette grosse. Mica come vostra madre!” Seguiva tutta una serie di apprezzamenti pesanti sui seni delle vere donne e sul mio petto piatto. E’ chiaro che, all’inizio, mi lamentavo, ma lui mi ha ripetuto talmente tante volte che non ho nessun senso dell’umorismo, che a tutti gli uomini piacciono i seni grandi, che alla fine, in quei momenti, andavo a chiudermi in cucina. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.43,44) 

- Che bastava che mi vedeva magari tranquilla o chiacchierare felicemente con qualche amica mia, lui prendeva a pretesto un vasetto di omogeneizzato lasciato da una parte per dirmi che ero un’incapace, che non ero capace a fare niente, che avevo bisogno di una balia e queste altre cose qua. (Sogg.2, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Le cose sono cambiate dopo una mesata che lui si è accasato, perché ha incominciato ad avere pretese, ha cominciato a comandare, a cominciato a seguirmi, ha cominciato che non gli stava bene che sentivo i miei amici, a levarmi il cellulare, a controllarmi le telefonate (...) è successo che mi ha chiuso dentro al bagno, mi ha chiuso a chiave nel bagno e lui è uscito, mi ha lasciato tutta la notte chiusa a chiave dentro al bagno. (Sogg.3, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Lui buttava per terra oggetti, tutte le volte prendeva la fede e la buttava per aria, lanciava i giocattoli di C., sbatteva ed una volta mentre litigavamo ha preso in mano un coltello, ha fatto un gesto di minaccia comunque così, un paio di volte. Penso durante gli ultimi mesi, sono volati un paio di schiaffi anche in presenza di C., la bambina (...) mi ha dato questi schiaffi in presenza della bambina che ovviamente è corsa da me, si è impaurita, io poi lì ovviamente dovevo prendere ed andarmene in camera con la bambina perché lui cominciava a strillare ed a fare il pazzo, a dire cose inconsulte, allora io a quel punto prendevo C., me ne andavo in camera mia, chiudevo la porta anche perché la bambina piangeva, cercavo di calmarla (...) Se andavo ai giardinetti con C. o a fare la spesa era perché andavo a vedere l’amante, andavo a lavorare perché avevo l’amante, me lo trovavo così all’improvviso sotto al lavoro per vedere, non è che mi veniva a prendere, si metteva lontano, aspettava che io uscissi per vedere se veniva qualcuno a prendermi. (Sogg.4, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Non uscivo, se lui mi diceva non esci senza il mio permesso (...) è stato geloso fino al punto del dire per esempio che non uscivo senza il suo permesso o per esempio lui era geloso di mia mamma perché aveva capito che mia mamma diceva che dovevo lasciarlo, lui se ne è accorto ed ha iniziato ad essere geloso anche secondo questo punto di vista, perché pensava che io l’avrei lasciato ed ha iniziato la sua gelosia, le sue menate, per farmi capire che io ero sua e di nessun altro (...). Io gli chiedevo dov’era stato, lui cominciava a non volermi rispondere poi la mattina trovava delle scuse, poi mi chiamava “Puttana” (...) Cioè lui mi diceva quelle cose. (Sogg.6, da:Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- La gelosia, la gelosia, ti racconto un episodio che io ero già grossa incinta, io avevo staccato dall’ufficio e sono andata a fare un po’ di spesa al supermercato, lui mi è venuto a cercare, non mi ha trovato, era pazzo furioso, dice “Dove sei andata, ti sono venuto a cercare?! Dico ”io sono andata a fare un po’ di spesa” “Sono venuto a vedere pure là e non c’eri” “E che ci posso fare se non ci siamo incrociati!” “Non è vero, dove sei andata?” Io ero grossa, questa pancia enorme, era impossibile. Pure quando ho fatto la prima visita ginecologica mi diceva “ma dove vai?” affacciato dal balcone “Ma dove vai?”(...) Perché quello era un ginecologo uomo e non voleva che io ci andassi (...) Lui era talmente impazzito che aveva delle cose di violenza pure a livello, che ne so, oltre che mi metteva paura, diceva che c’era Satana di mezzo che gli faceva fare tutte queste cose, mi minacciava con il coltello. (Sogg.8, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Cominciava a rompermi pure per quello che avevo cucinato(...) veniva là e diceva “stò schifo che è? Una volta ha buttato la padella di sotto (...), un’altra volta ha buttato tutto nella spazzatura, un’altra volta diceva che io gli bruciavo sempre tutto e gli impuzzolentivo sempre casa quando cucinavo, che non ero buona a fare niente, che non valevo un cavolo, che ero una fallita. Mi diceva sempre che ero una persona inutile e c’era una canzone maledetta di Paolo Vallesi, le persone inutili, mi diceva “Te la dedico, questa l’ha scritta per te”(...) Mi telefonava e diceva ”io ti vengo a casa, ti ammazzo, ti spezzo, tu sei mia, ti rompo, ti sfondo, ti ammazzo”. (Sogg.9, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Poi una volta che andai a cena con una mia amica non mi parlò per tre giorni. Dopo parecchio tempo che io gli feci uscire con le pinze le parole, lui mi disse che non ero stata con un’amica, ero stata con un uomo per cui, “Non è vero che due amiche vanno a cena insieme” (...) al lavoro, poi ha cominciato ad essere ossessionante anche sul lavoro, mi guardava, mi controllava, mi guardava dall’alto ed io ho cominciato a sentirmi a disagio su questo (...) Guarda, la cosa che mi viene di più che mi ha fatto male, perché poi i figli ripetono no, perché tipo ti metti a tavola “Che cazzo hai fatto, che è ‘sto schifo e perché è così, perché colì(...) “Che è ‘sto schifo, questo se lo mangiano le galline”. (Sogg.10, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Mi controllava come pulivo, se pulivo (...) ad esempio lui è un tipo che veste molto elegante, le camicie devono essere intatte, non una piega, i bottoni devono essere a posto (...) provocava, provocava la lite, io gli dicevo “no, ti sbagli, prima di appendere la camicia i bottoni c’erano tutti” e magari lui me lo staccava (...) andava di là, trovava un pretesto per lasciarmi a casa, oppure bucava il pantalone con la sigaretta e diceva “tu me l’hai bucato quando lo hai stirato” Ma il buco della sigaretta da quello di bruciare con il ferro da stiro è diverso, allora poi io magari mi facevo il mio pianto, stavo affacciata alla finestra, adesso arriva (...) Di solito usava ferirmi a parole, umiliarmi. Se non conoscevo lui chissà chi mi prendeva, non sapevo fare un cavolo, non sapevo parlare. Decideva che non mi faceva vedere gli amici (...) Mi trattava male “Vattene a f... sei nervosa, non me ne faccio niente, sai quante me ne trovo. (Sogg.11, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Lui aveva detto “che te le prendi a fa la patente, ti prendi la macchina mia” (...) se io uscivo mi diceva “dove sei stata ? ma non per gelosia, poi se prendevo una decisione non era mai presa bene, ci metteva sempre la botta sua finale, che quando era al dunque lui aveva sempre ragione (...) come ho avuto problemi col figlio lui mi ha detto “Lascia il lavoro”(...) Perchè poi senti, lui mi telefonava 10 volte al giorno,ogni cosa che facevo non era mai fatta bene, doveva partire sempre da lui, dovevo invitare mia sorella a pranzo, aspetta che chiedo a lui, perciò mi sentivo pure un po’ con questa pressione continua (...) E quando sono tornata lui mi minacciava, mi bucava le ruote della macchina, mi prendeva a calci la porta (...) l’unica gioia che ho è che non mi sento più le botte sulla schiena, non sento più gli strilli, non ho paura quando scendo di casa. (Sogg.12, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- esempi di violenza economica: 

- M. aveva l’abitudine di dare alla moglie il denaro per il mese gettandolo per terra. A lei non restava che mettersi a quattro zampe a raccoglierlo, senza dire niente...(Hirigoyen, trad.it. 2006, p.31) 

- Dopo lunghi studi finanziati da L., ora J. ha una buona situazione (...) J. ritiene che il lavoro di L. non sia in linea con la loro posizione sociale e quindi le ha chiesto di cessare le sue attività. Ormai è lui a prendere tutte le decisioni riguardanti le spese, e non chiede mai il parere della moglie. Lei ha solo un budget molto stretto per tutti i giorni. J. vuole che lei sia sempre ben vestita, ma è lui a scegliere i vestiti che L. deve indossare, “dato che paga”. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.49) 

- Lui mi diceva sempre che questi soldi che mi da mi devono bastare, perché devo rispettare le cose, perché lui mi ha preso da un paese che non c’era da mangiare. (Sogg.1, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Io non avevo i soldi, non gestivo niente, non chiedevo niente perché decideva lui, lui andava a comprare le cose con la mamma, oppure andava su, svaligiava il frigorifero della madre e portava giù, non c’era la cosa di fare la spesa. (Sogg.5, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Si, lui faceva finta di lavorare, faceva finta di girare e di fare affari di qua e di là e poi non portava mai niente, da mangiare lo portavo sempre io. (Sogg.8, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Cioè io avevo capito durante i preparativi del matrimonio che tipo era,cioè lui voleva dimostrare che la mia famiglia erano dei morti di fame, che non volevano cacciare una lira e che lui era quello che poveraccio stava a cacciare proprio tutto, anche gli occhi (...) E lui diceva “siete morti di fame!”. (Sogg.9, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Lui un giorno diceva “Ah no perché tu devi mettere tot. soldi, io metto tot. qua e là, insomma, aveva iniziato lui a stabilire quanto dovevamo mettere ecc...e già aveva cominciato a fregarmi perché comunque lui viveva a casa mia, io dovevo mettere i soldi nella cassa comune. (Sogg.10, da Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Non mi dava più i soldi, non faceva più la spesa, quella poca spesa che aveva fatto lui con i suoi soldi me la buttava. (Sogg.11, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Si era fatto il conto a parte in banca, ho saputo dopo, io vedevo che stì soldi non tornavano e glielo chiedevo e lui diceva “Ah, non ci arrivo più, stì soldi” e io dicevo “ Ma che dici, le spese sono le stesse, in Calabria non spendi una lira, alla spesa ci penso io, hai sempre le stesse spese”. Tutti questi prelievi che lui faceva a me cominciavano a non risultare, a prendere le botte, a dire che io ero attaccata ai soldi. (Sogg.12, da Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- esempi di violenze sessuali: 

- R. aveva esigenze sessuali molto intense e, dal momento che lei non si sentiva all’altezza, aveva accettato, a malincuore, di praticare lo scambismo. Quando però aveva rifiutato di continuare quelle pratiche sessuali che non le piacevano affatto, lui era andato su tutte le furie “Prima dai un giocattolo ad un bambino, e poi glielo levi!”. Lei si era sentita in colpa e lui aveva portato per un periodo delle donne in casa. Inoltre, tiene il conto preciso dei loro rapporti sessuali. Pretende anche che la sera lei indossi un abbigliamento sexy (...) “All’inizio, lo facevo per fargli piacere, adesso lo faccio per stare tranquilla perché, in caso contrario, va a finire che diventa violento. (Hirigoyen, trad.it. 2006, p.44,45) 

- D. era infermiera nella clinica dove M. lavorava come medico. Fin dall’inizio della loro relazione, lui in privato si era dimostrato verbalmente violento; la trattava da puttana, da sporcacciona, le diceva che era una nullità, un’incapace. Con il pretesto che non era sua moglie, lei doveva accettare tutte le sue fantasie sessuali (...) Lei ha finito per crollare ed ha tentato di fuggire, ma lui l’ha inseguita, acciuffata e poi violentata. (Hirigoyen, trad.it.2006, p.45) 

- I litigi accadevano anche per i rapporti sessuali, lui iniziava a dire che io dovevo fare l’amore con oggetti, questi finti, poi con un’altra donna e con lui io dovevo fare l’amore. Io gli ho detto “Ma che, sei pazzo? “ “No, perché tu devi rispettare le cose che mi piacciono, io rispetto le tue”. E io gli dicevo che a me non piacciono quelle cose (...) Lui si arrabbiava ed iniziava a fare polemiche lunghe, lunghe (...) Io dovevo dire si, va bene e basta, e poi portava questi oggetti e facevo quello che devo fare perché lui così vuole e basta (...) Ho detto di no che non accetto, che non voglio sapere niente e lui diceva che non devo fare così perché devo rispettare le sue scelte. (Sogg.1, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Tanto alla fine aveva più forza lui, te va o non ti va quando c’ha voglia... (Sogg.3, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

- Stavo un po’ male, volevo un rapporto diverso o non lo volevo proprio, e a lui non gliene importava nulla. Non è che mi diceva ti va o non ti va, lui pensava solo al rapporto (...) Lui mi diceva dai, andiamo un po’ di là, facciamo un pò di coccole ed io dicevo “No, non mi va sto male” e là iniziava il casino, iniziava ad urlare “mi sono preso la moglie, che cavolo, io dico si e lei dice no”(...) mi diceva le parolacce, mamma mia, mamma mia, io ogni cinque giorni dicevo mamma mia adesso riinizia il casino, ed infatti (...) sbatteva le porte, le parolacce. (Sogg.7, da: Amann Gainotti e Pallini, 2006)

- Mi prendeva con la forza ed io ho detto no (...) mi diceva “io ho bisogno di farlo, io sono un uomo e mi devo scaricare” (...) E quando mi sono iniziata a ribellare ha iniziato a pretendere le cose nel sesso, si sfogava nel sesso, tipo ad avere un rapporto orale per forza, pretendeva il rapporto da dietro (...) mi acchiappava per un braccio, mi tirava per forza nel letto e pretendeva il rapporto, che fai, ti metti a strillare che i ragazzini stanno a dormire? (...) lui diceva “devi fare la moglie” (...) lui diceva “io per questa settimana voglio questo e basta”! Mi ci telefonava dall’ufficio “ Io stasera voglio il di dietro e me lo dai, sei mia moglie e lo faccio sennò io vado con le altre”. (Sogg.12, da Amann Gainotti e Pallini, 2006) 

E’ stato inoltre osservato che la violenza domestica è spesso caratterizzata da comportamenti che si susseguono e si ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave che è stato nominato “la spirale della violenza domestica “ (Dutton, 2003, Baldry, 2005, Amann Gainotti e Pallini, 2006). 

I comportamenti tipici nelle tre fasi del “ciclo della violenza” 

Partner maltrattante 

1. Fase di accrescimento della tensione. Cattivo umore, broncio, atteggiamento scontroso. Critiche, minacce, urla, grida. Fare il matto. Nessuna manifestazione di affetto. Tentativi di isolare la vittima. Rottura di oggetti.

2. Fase della violenza. Spintonare, picchiare, percuotere, battere, soffocare, strangolare; umiliare, segregare, stuprare, utilizzare oggetti per ferire.

3. Fase del pentimento. Chiedere, supplicare di perdonare. Promettere di cercare aiuto, di andare in chiesa, di disintossicarsi. Mandare fiori, comprare regali. Chiedere di fare l’amore, dichiarare amore, devozione. Piangere. Cercare aiuto e coinvolgere altri familiari.

 

Donna vittima 

Fase 1 Tentativi per calmare l’uomo. Non cercare contatti sociali né familiari. Cercare di tenere buoni i figli. Comportamento passivo, arrendevole, piacevole. Cucinare piatti preferiti. Avvertire il pericolo. 

Fase 2 Cercare di proteggere se stessa in tutte le maniere. Cercare di calmare l’uomo. La polizia viene chiamata da vicini, parenti, amici, bambini. Andare via

Fase 3 Accettare di rimanere o di ritornare a casa. Ritirare denuncie, fermare i procedimenti penali. Sentirsi felice e piena di speranze. Accettare di ricominciare.

Arriviamo adesso alla delicata e molto controversa questione delle cause della violenza domestica.

Differenti ordini di cause sono in discussione (Gosselin, Lafontaine, Bélanger, 2005): 

  1. 1)  Secondo la corrente che viene chiamata biologica, che si rifà all’etologia (Lorenz, 1966) e anche a S. Freud, l’uomo possiede più delle donne, delle pulsioni aggressive, che facilmente lo rendono violento; 

  2. 2)  Una seconda prospettiva è quella psicologica–psicopatologica secondo la quale certe caratteristiche psicologiche sono associate alla violenza coniugale. Può trattarsi di relazioni di attaccamento infantili non sicuri, disorganizzati, di difficoltà di comunicazione o di disturbi della personalità; 

  3. 3)  Secondo la corrente sociologica, correlati con la violenza coniugale sono lo stress socio-economico, l’identificazione con ruoli di genere tradizionali dove i rapporti di forza sono asimmetrici; 

  4. 4)  Infine secondo l’analisi femminista, la violenza maschile è analizzata come un meccanismo di controllo sociale mirante a mantenere la donna in condizione subordinata. Le violenze contro le donne derivano da un sistema sociale di valori e di rappresentazioni nel quale le donne hanno una posizione sociale inferiore, e lo statuto di essere dominati (Pasconcino, 2006). La violenza contro le donne, ivi compreso il rifiuto da parte delle istituzioni della libera scelta delle donne per quanto riguarda la maternità, viene analizzato come essendo un mezzo di controllo sulle donne, bisogno di controllo che ha le sue radici nella disuguaglianza dei rapporti di potere tra uomo e donna, e tale disuguaglianza costituisce un ostacolo alla effettiva realizzazione della parità uomo-donna (art. 13 della Dichiarazione sulla politica contro la violenza verso le donne in una Europa Democratica, Roma, 1993, in : Jaspard, 2006). 

Attualmente, le spiegazioni oscillano tra le spiegazioni psico-patologiche e le spiegazioni sociologiche e femministe.
Ci vuole molta prudenza quando si arriva ai casi singoli; probabilmente, come in tutti i fenomeni psicologici e comportamentali bisogna parlare in termini di con- cause e di combinazione di cause. 

Per quanto riguarda la tipologia degli uomini violenti, a differenza di quello che ci si potrebbe immaginare, nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte, come riferisce Baldry (2005, p. 86), a uomini così detti ‘normali’ che hanno cioè una loro vita sociale normale, relazioni amicali e lavorative soddisfacenti; uomini insospettabili provenienti da diversi contesti socio-culturali. Solo nell’8 per cento dei casi questi uomini fanno uso abituale di alcol; l’alcol, o l’uso di sostanze stupefacenti non spiegano i comportamenti violenti. Risulta infatti anche da ricerche internazionali che spesso sono gli stessi uomini a usare come alibi i loro problemi o l’uso di sostanze cercando quindi all’esterno la causa del loro comportamento (Cromwell e Burgess, 1999). In realtà il comportamento violento non cessa quando cessa l’uso di queste sostanze; anzi essendoci maggior lucidità, l’uomo mette in atto comportamenti violenti più mirati e con la precisa consapevolezza di intimorire la donna e farle del male (Herman, 1992). In rarissimi casi (pari al 3%) siamo in presenza di uomini affetti da disturbi della personalità tali che possono, se non giustificare, spiegare almeno in parte tali comportamenti.

3. I Centri Antiviolenza come luogo di sostegno e di aiuto alle vittime (ripreso da : Baldry, 2005, p.85-89). 

A Roma, l’Associazione Differenza Donna ONLUS, associazione di donne contro la violenza alle donne, nasce nel 1989 come “luogo di comunicazione, solidarietà e iniziative per far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza fisica, psichica e lo stupro, reati specifici contro la persona perché ledono l’inviolabilità del corpo femminile” (art. 1 dello Statuto). L’Associazione gestisce dal 1992 il Centro Antiviolenza della Provincia di Roma, dal 1997 quello del Comune e dal 2000 un altro Centro della Provincia di Roma per ‘donne in difficoltà sole o con figli’. Sin dall’apertura dei Centri antiviolenza si è registrato un aumento esponenziale del numero delle donne che ogni anno chiede di essere aiutata. 

Dall’apertura del primo Centro Antiviolenza fino al primo semestre 2004, sono state accolte quasi 8000 donne. Nel primo anno dell’apertura si sono rivolte ai Centri circa 300 donne; nel 2000 si sono rivolte oltre 1500 donne. Ogni anno questo numero è destinato ad aumentare. Di loro oltre cinquanta (pari circa al 10% di donne che ogni anno si rivolge ai Centri). Nel 94% dei casi, le donne che si rivolgono ai Centri hanno subito violenza in famiglia dal proprio partner (marito o convivente). Si tratta di donne che hanno subito maltrattamenti, percosse o lesioni gravi, violenza privata, minacce, ingiurie, sequestro di persona e stupro. Si tratta di donne provenienti da tutte le classi sociali e con differenti livelli di istruzione. Molte donne che vengono ai Centri riferiscono di non possedere una propria attività lavorativa. In alcuni casi infatti, donne che avevano un lavoro sono state costrette a lasciarlo perché il proprio partner non permetteva loro di andarci, oppure impossibilitate in quanto costrette ad accudire ai figli e alla casa da sole senza poter contare su alcun aiuto e sostegno. Tuttavia anche l’indipendenza economica delle donne non costituisce una garanzia di libertà dalla violenza; anche se il controllo economico costituisce un forte strumento per la gestione del potere e il controllo sulla partner, vi sono meccanismi psicologici e culturali complessi per cui una donna continua a rimanere con un uomo che le usa violenza.

L’attività presso i Centri Antiviolenza.
I tre Centri gestiti dall’Associazione Differenza Donna svolgono numerose attività fra cui: 

  • servizio telefonico 24 ore su 24; 

  • colloqui e counselling delle operatrici con le donne che contattano il Centro 

    (fase dell’accoglienza); 

  • consulenze legali civili, penali, minorile, immigrazione e del lavoro; 

  • ospitalità per le donne ed eventuali figli che si trovano in gravi situazioni di rischio e sono costrette a fuggire di casa per recarsi in luogo protetto; 

  • progetto di intervento con bambini testimoni di violenza. Ascolto, intervento, organizzazione di attività per i bambini ospiti presso il Centro con particolare enfasi al lavoro basato sulla relazione madre-figlio; 

  • mediazione scolastica e familiare. Interventi nelle scuole per i casi di conflitti nell’ambito scolastico (fra alunni, fra alunni e insegnanti) attraverso la promozione della mediazione come forma di gestione e risoluzione dei conflitti emersi per evitare l’acuirsi di situazioni che potrebbero sfociare in vere e proprie forme di violenza; 

  • baby-garden. Spazio aperto ai bambini ospiti presso il Centro ma anche per tutti i bambini del territorio. In questo luogo, i bambini, con l’aiuto di educatrici e psicologhe specializzate, svolgono attività ludiche mirate. Si tratta di interventi volti allo sviluppo della propria emotività, espressione, comunicazione. Viene dato molto spazio alla comunicazione non verbale corporea, attraverso il gioco con i burattini, il mimo, la pittura, le costruzioni; 

  • Gruppi di mutuo/auto-aiuto. Attivi da quattro anni, i gruppi di mutuo/auto- aiuto costituiscono un luogo e un momento forte per il confronto fra donne che hanno vissuto le stesse esperienze. Attraverso la condivisione di storie, vissuti, paure e bisogni, una donna vittima di violenza vede la sua storia come meno diversa dalle altre e riconduce il problema di quanto successo non a un suo singolo problema ma a qualcosa che è accadute indipendentemente dalla sua volontà Le donne vittime di violenza spesso infatti vengono colpevolizzate, o si colpevolizzano loro stesso per quanto hanno subito; attraverso un processo di scambio e di condivisione, la donna singola si sente meno sola, maggiormente compresa. Questa metodologia permette il rafforzamento individuale attraverso il sostegno del gruppo e la condivisione di vissuti personali permettendo così la fuoriuscita dalla solitudine;

  • Laboratorio di psicologia. Formazione e autoformazione per le perizie e le consulenze tecniche nei procedimenti civili e penali. Laboratorio di ricerca e sperimentazione sulle conseguenze della violenza su donne e minori. 

  • Gruppo sul danno biologico. Costituito da psicologhe, una psicoterapeuta, una psichiatra,un medico legale, e l’avvocata responsabile dell’Ufficio legale per lo studio e l’individuazione del danno biologico identificato come lesione dell’integrità psico-fisica conseguente ai maltrattamenti psichici e fisici e alle violenze sessuali; 

  • S.O.S. Stupro. Si tratta di un servizio polifunzionale che vede coinvolte ginecologhe, medico legale, psicologhe per i casi di donne che hanno subito uno stupro. Lo scopo di questo servizio è quello di fornire nello stesso luogo un intervento qualificato di tutela e sostegno alla donna che ha subito questo tipo di violenza. Si tratta di intervenire in collaborazione con i posti di polizia e pronto soccorso e poter così fornire nel più breve tempo possibile, risposte a tutela della donna; 

  • Orientamento e inserimento lavorativo. Presso i Centri è in funzione anche uno sportello per la consulenza e l’inserimento lavorativo per sostenere le donne nella ricerca di un impiego lavorativo che permetta loro di acquisire un’indipendenza economica. 

    Le donne che si rivolgono ai Centri hanno scelto di porre fine alla situazione di violenza che hanno subito e necessitano però di un sostegno concreto a vari livelli per ritrovare in se stesse la forza e il coraggio per liberarsi da situazioni di violenza che spesso si perpetua da anni. Il tipo di aiuto fornito alla donna non è di tipo assistenziale. La sola assistenza infatti anche se fornisce risposte immediate, lascerebbe la donna in una situazione passiva. Lo scopo dell’attività dei Centri è invece di aiutare la donna affinché aiuti se stessa a ritrovare il coraggio e la forza per costruirsi un progetto di vita futura fattivo, concreto che tuteli la salute psicofisica della donna e dei suoi eventuali figli. Un lavoro che parte dall’analisi della propria storia personale, dei sensi di colpa, del vissuto interno e relazionale con lo scopo di riacquistare un livello di autostima e assertività tali che le permettano di gestire e superare le difficoltà. L’Associazione è costituita dalle socie volontarie che per poter svolgere attività presso i Centri e presso l’Associazione devono seguire il corso di formazione, per operatrici di accoglienza specializzate tenuto dalle docenti dell’Associazione. Il corso ha la durata di 9 mesi, per un totale di 72 ore circa, più una fase di tirocinio pratico nei Centri antiviolenza, caratterizzato da affiancamento al fine di apprendere competenze specifiche. Tutte le volontarie, una volta completato il corso base, prendono parte al corso di formazione permanente su tematiche attinenti l’attività dei Centri e dell’Associazione. 

    L’attività dell’Associazione è basata sul principio del volontariato. Un volontariato cioè dove altre donne, nell’intento comune di ridurre o eliminare ogni forma di violenza e soprusi, aiutano le donne in difficoltà nel tentativo di modificare una cultura che le vede spesso soggiogate e colpevolizzate e private dei propri diritti di cittadine.

Ai Centri operano una responsabile a tempo pieno e diverse operatrici part-time a turnazione a fine di garantire la presenza quotidiana 24 ore su 24. Vi sono anche diverse figure professionali che svolgono la loro professionalità in vari settori; si tratta di psicologhe, ginecologhe, medico legale, assistenti sociali, educatrici, giornaliste, ostetriche nonché un gruppo di avvocate specializzate che insieme costituiscono l’Ufficio legale. 

L’Ufficio legale svolge un’attività specialistica di consulenza e assistenza legale in vari settori: 

  •  civile, per le cause di separazione e divorzio; 

  •  minorile, per i casi delle coppie di fatto per l’affidamento dei figli di cui è competente il Tribunale per i Minorenni, nonché per la eventuali valutazioni di sospensione o limitazione della potestà genitoriale; 

  •  penale, per le denunce querele per i casi di maltrattamenti e violenze sessuali su donne e minori; 

  •  immigrazione, per le donne immigrate sposate o conviventi con italiani o stranieri che hanno contratto l’unione in Italia o all’estero, o per tutti quei casi di richiesta di permesso di soggiorno per protezione sociale; 

  •  lavoro, per i casi di molestie sessuali e per la tutela dei diritti delle lavoratrici. 

    4. Violenze coniugali: il caso della Spagna. 

    Come anticipato all’inizio di questo contributo, la Spagna, con il governo socialista di R.L. Zapatero insediatosi nel 2004 si sta impegnando in maniera decisa per arginare, combattere e punire le violenze perpetrate sulle donne. 

    Montserrat Comas, Presidente dell’Osservatorio contro la violenza domestica, ritiene che la violenza contro le donne sia un problema importante quanto il terrorismo per la società spagnola. L’Osservatorio, organismo di Stato creato nell’Ottobre 2002 in seno al Consiglio generale del potere giudiziario è, tra le altre cose, incaricato di seguire da vicino tutti i casi di violenza domestica incontrati nei tribunali e i posti di polizia per analizzarli e per meglio comprendere il fenomeno. 

    Con il governo socialista di Zapatero, una nuova legge è stata votata all’unanimità nel dicembre 2004, la legge di protezione integrale della violenza di genere e dal 2005 tale legge è entrata in applicazione. Per l’attuale governo Zapatero, l’unico in Europa a rispettare la parità uomo-donna, con la metà dei portafogli ministeriali affidati a delle donne, la situazione è di tolleranza zero contro le violenze perpetrate sulle donne. 

    Una delle misure più rilevanti e visibili messe a posto grazie a questa nuova legge è la creazione di Tribunali speciali contro “la violenza domestica“. Ne sono stati istituiti 17 fino a giugno 2005, di cui 14 sono diretti da donne. I Tribunali lavorano nella maggior parte delle grandi città spagnole, la dove l’incidenza della violenza contro le donne è più elevata.

Questi Tribunali stabiliscono l’allontanamento immediato dell’aggressore appena una denuncia viene sporta e la sua sorveglianza da parte di agenti della polizia nazionale specializzata in questi problemi. 

Tali misure hanno avuto come conseguenze dirette l’abbassamento del numero di vittime mortali e l’aumento del numero delle denunce. Un primo risultato molto positivo, commenta Montserrat Comas, la quale ritiene tuttavia che non ci si debba contentare dell’aspetto repressivo, che molto rimane da fare per cambiare le mentalità, e per attuare un lavoro a livello preventivo. La Spagna è ancora un paese “ machista”, che ha dietro a sé anni anni di stereotipi, di “clichés”, di educazione e di cultura che impone un ruolo preciso alla donna, un ruolo di totale ineguaglianza con l’uomo. Ad esempio, in molti dei casi più drammatici, quelli che si sono terminati con la morte della donna, questa non aveva neanche sporto denuncia. 

Ciò viene confermato da Raimunda de Penafort, giudice al I Tribunale di Madrid per le questioni di violenza domestica.
De Penafort ha scritto un libro “Una juez frente al maltrato” in cui spiega in un linguaggio semplice e diretto, come si svolge il processo che fa seguito alla deposizione di una denuncia, illustrando i fatti attraverso il processo e il percorso delle 12 prime donne da lei assistite. 

Registriamo una media di 24 denuncie al giorno, spiega. Abbiamo trattato 1500 casi da giugno a dicembre 2005. E’ un progresso perché uno dei pericoli, per le donne maltrattate, è di chiudersi nel silenzio. Questa legge ha almeno il merito di fare uscire le donne dal loro isolamento. 

5. I bambini presi nella violenza domestica. 

a) Maltrattamenti e violenze in gravidanza
Un problema emergente, ancora poco affrontato nella letteratura psicologica è quello dei maltrattamenti e degli abusi subiti durante la gravidanza.
Da una serie di articoli pubblicati nel 2004 sulla Rivista “Journal of Family Violence”, sembra che negli Stati Uniti il fenomeno sia statisticamente rilevante. Le conseguenze di violenze subite in gravidanza sono di notevole entità psicologica per le donne, ma comportano anche gravi traumi fisici, di varia natura non solo per la madre ma anche per il nascituro come numerose indagini mediche hanno evidenziato (Pan American Health Organization, 2005).
Tra i motivi ricorrenti per spiegare i comportamenti violenti del partner (futuro padre) rivolti alla donna (futura madre) vi è quello dell’aumento di stress che la gravidanza della partner comporta per l’uomo.
La gravidanza, per certi uomini, sarebbe fonte di stress e di frustrazione che si traduce in violenze sulla fonte di disagio percepita: la madre e il nascituro. Il motivo per cui la gravidanza della partner potrebbe essere fonte di stress per l’uomo non è stato ancora chiaramente elucidato dalla ricerca psicologica.

Delle ipotesi sono state avanzate e discusse in alcuni articoli recenti pubblicati nella Rivista “Journal of Family Violence” (Burch e Gallup, 2004; Martin, Harris- Britt, Yun Li e coll., 2004). 

Secondo Burch e Gallup, l’incertezza riguardante la propria paternità, potrebbe essere un punto di partenza per tentare di capire il manifestarsi di comportamenti violenti in gravidanza. Gli autori argomentano che laddove la donna, per evidenti motivi legati alla sua biologia, sa sempre con assoluta certezza che il figlio è suo, l’uomo invece, per via del meccanismo stesso della fecondazione e della riproduzione, non può essere assolutamente certo di essere il padre biologico, a meno di isolare totalmente la moglie o la partner da altri uomini. Permane sempre la possibilità che ella sia stata fecondata da altri uomini. Ciò spiegherebbe anche l’incidenza molto maggiore della gelosia sessuale negli uomini, riscontrata in tutte le culture (Kinsey, 1953; Buss, 1994). 

Sembra che gli uomini, più delle donne, vivano con stress e ansia l’idea dell’infedeltà sessuale della partner, mentre le donne sono più angosciate dall’infedeltà affettiva e dalla prospettiva di essere abbandonate dal partner. 

b) La violenza assistita nei minori.
Per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte del bambino/a qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte o minori. Il bambino/a può farne esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza), e/o percependone gli effetti. Si include l’assistere a violenze di minori su altri minori e/o su altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici. 

I bambini che assistono a conflitti familiari caratterizzati da alti livelli di aggressività espressa sono da tempo considerati vere e proprie vittime di maltrattamento (Documento Cismai, 2005), sia perché, in sé, il comportamento violento risulta traumatizzante, sia perché il genitore violento fallisce nel compito protettivo, non preservando i figli dall’esposizione alla propria violenza. La violenza sulle madri è alla base di molti casi di violenza assistita subita da minori. Essa può mettere a rischio, a partire dalle prime fasi della gravidanza, la salute psicofisica e la vita stessa sia delle madri che dei bambini. Il maltrattamento continuato nel tempo porta la madre-vittima a isolamento, a mancanza di risorse a tutti i livelli e produce una condizione di impotenza che investe anche gli aspetti della genitorialità. 

Una madre maltrattata è una madre traumatizzata; infatti, la violenza soprattutto se protratta nel tempo (traumatizzazione cronica), oltre a danni fisici di vario tipo, può produrre un gran numero di sintomi assimilabili al disturbo da stress post-traumatico. Questi influenzano fortemente la relazione con i figli e le capacità di accudimento e di attenzione verso i loro bisogni.

I bambini, nelle famiglie dove avvengono maltrattamenti sulla madre, si trovano ad assistere direttamente, indirettamente e/o percependone gli effetti, a violenze: fisiche, psicologiche, verbali, economiche, inerenti l’area della sessualità. 

I bambini che vivono in contesti violenti non solo provano paura per l’incolumità propria e delle loro mamme, ma risentono di un doloroso senso di impotenza e d’incapacità per non potere fermare gli scopi di aggressività di cui sono spettatori. Questo senso di impotenza, a sua volta, può generare un senso di colpa acuto per non essere stati in grado di contrastare la violenza o addirittura per avere, indirettamente causato le liti tra madre e padre. 

Assistere alla violenza di un genitore nei confronti dell’altro non solo crea confusione nel mondo interiore dei bambini, su ciò che è affetto, intimità, violenza, ma va anche a minare il cuore delle relazioni primarie.
Come riportato nel contributo di Milani e Gatti (2005 ), Bancroft e Silverman (2002), basandosi su osservazioni cliniche,differenziano i padri maltrattanti da quelli non maltrattanti soprattutto per quanto riguarda i seguenti aspetti della relazione con i figli: 

- uso dell’autorità
- disimpegno
- deligittimazione della madre
- diferenza tra comportamento privato e pubblico 

- Gli effetti a lungo termine della violenza assistita
La violenza assistita è una forma di maltrattamento che può determinare effetti a breve, medio e lungo termine e può rappresentare uno dei fattori di rischio per la trasmissione intergenerazionale della violenza. Non esaurisce i suoi effetti nella sfera individuale o familiare, ma si riverbera in ambiti sociali più ampi che possono coinvolgere altre persone come, gli amici, i compagni di scuola, gli insegnanti.
a) per quanto riguarda le reazioni dei figli e le conseguenze psicologiche individuali, si possono menzionare i dati forniti da un’ampia ricerca di Fergusson e Horwood (1998), citata in Milani e Gatti (2005 ), condotta su 1.265 bambini neozelandesi, “monitorati” dalla nascita fino a 18 anni con cadenza annuale. I risultati hanno evidenziato come gli atti di violenza perpetrati da un genitore nei confronti dell’altro sono risultati strettamente correlati a diverse misure di maladattamento quali : presenza di disturbi psicologici e/o psichiatrici, dipendenza da sostanze, tentativi di suicidio, comportamento deviante o criminale.

b) relativamente agli effetti della violenza assistita rilevabili in ambito sociale allargato, una ricerca di Baldry (2003), ha analizzato un campione di 1.059 bambini delle scuole elementari e medie di Roma e provincia. L’autrice ha messo in evidenza che i bambini esposti a episodi di violenza familiare sono anche più propensi ad esercitare forme attive di bullismo nei confronti dei compagni. La medesima tendenza si evidenzia anche per i bambini vittime di bullismo: il 71% degli esposti a violenza in famiglia subisce episodi di bullismo a scuola. La posizione di questi bambini vittime è dovuta ai sentimenti di diminuita autostima, aumentata depressione e paura conseguenti all’ assistere ad atti di violenza familiare. 

6. Osservazioni conclusive 

Come abbiamo già rilevato all’inizio di questo contributo, la violenza domestica è un fenomeno sociale e familiare di cui solo di recente si è riconosciuto l’estensione e la gravità.
Non esistono ancora standard internazionali per la rilevazione della violenza domestica anche se sono disponibili dati di studi e di indagini condotti in vari paesi europei e non (U.S.A e Canada), e da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e dell’ ONU. 

L’Italia, con l’indagine ISTAT del 2006, insieme alla Finlandia e alla Spagna è tra i paesi europei che si sono preoccupati di condurre una indagine su larga scala. Tali ampie indagini sono particolarmente importanti per intervenire a livello legislativo e par la progettazione di politiche sociali e sanitarie miranti a migliorare la qualità della vita delle donne. 

Ci sembra qui, e per concludere, della massima importanza affermare che la violenza domestica è soltanto uno degli aspetti del macro-fenomeno universale, diffuso ed esteso a tutti i livelli storici e culturali, quello cioè delle violenze perpetrate contro le donne. 

La violenza contro le donne si esercita dappertutto. Assume forme diverse che vanno dagli infanticidi delle bambine, alle mutilazioni genitali femminili agli stupri collettivi in tempi di guerra (e di pace..), ai crimini “ d’onore”, ai matrimoni forzati, ecc.. 

Nel “ Livre noir de la condition des femmes “, a cura di C. Ockrent (2006), la violenza contro le donne viene presentata e definita come vero e proprio “ terrorismo sessuale”.
Ma, a differenza della “lotta contro il terrorismo”, la “ lotta contro il terrorismo sessuale” non figura nel programma delle azioni intraprese e condotte a livello internazionale. Aggiunge Irene Kahn (p.706), Presidente di “Amnesty International”: “ Che sia sui campi di battaglia, oppure nelle camere da letto, o nei bassi-fondi delle città, questa violenza, esercitata nell’ombra e in segreto, costituisce uno dei principali scandali non riconosciuti in materia di violazione dei diritti umani “.

(Prof. Merete Amann Gainotti)

 

Il contributo di Carl Rogers: la comprensione empatica e il cambiamento

 

(di Francesca Sacchelli)

 

“Se veramente mi permetto di capire un'altra persona, posso essere cambiato da quanto comprendo” (Rogers C., pag.36, 2013). Negli anni ’60 Carl Rogers, esponente principale della psicologia umanistica, con il suo approccio non direttivo centrato sulla persona, tratta dell’ascolto e della comprensione empatica come di una delle tre condizioni necessarie e sufficienti affinchè l’intervento di aiuto volto alla modificazione personale sia efficace. In quest’ottica l’empatia consiste in un particolare atteggiamento pscicologico dell'operatore della relazione di aiuto, una competenza cardine, che lo porta a sentire il mondo privato del cliente “come se” fosse il proprio, senza tuttavia smarrire mai questa condizione del “come se”, così da non aggiungere le proprie emozioni e sentimenti a quelli del cliente. Si tratta in altri termini del processo esperienziale ed interpersonale dell’entrare in contatto profondo con il mondo interiore di un’altra persona riuscendo a seguirne, sintonizzandosi con essi, sfumature di senso e sentimento, cum-prendendo l’essenza del suo vissuto nel qui e ora...(Leggi di più)

The only person who is educated is the one who has learned how to learn and change. The good life is a process, not a state of being. It is a direction, not a destination

  (Carl Rogers) 

I do my thing and you do your thing. I am not in this world to live up to your expectations, and you are not in this world to live up to mine. You are you, and I am I, and if by chance we find each other, it's beautiful. If not, it can't be helped

(F.S. Perls)

The only real voyage of discovery consists not in seeking new landscapes, but in having new eyes

(M. Proust)

Dragonfly: la creatura del vento e del cambiamento favorevole               

Una leggenda narra di come la libellula fosse una volta un drago molto saggio che volando portava la luce, di notte, grazie al suo respiro di fuoco. Il suo magico respiro creò l’arte della magia e l’illusione della forma cangiante. Tradizionalmente, la libellula è il simbolo della trasformazione e del costante processo di cambiamento nella vita. Anche se trascorre la maggior parte della sua esistenza sul fondo di uno stagno, la libellula emerge poi dall’abisso e impara a volare. Graziosa ed elegante, capace di incredibili manovre aeree, con le sue ali lucenti, piene dei colori dell’arcobaleno, si fa strada attraverso il peso dell’acqua e nella luce del sole, ottenendo quello di cui ha bisogno per cambiare e svilupparsi. Quando è pronta, mette da parte il suo involucro protettivo e vola via dallo stagno...(Leggi di più)

 

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