Parliamone insieme

Assertività…al femminile!

Un articolo a mio avviso originale e fruibile in tema di assertività:

"Quando Cenerentola disse di no: l’assertività al femminile"
Nella società contemporanea risulta spesso difficile per le donne essere assertive e riconoscere i propri diritti, bisogni e desideri. Essere assertivi significa essere in grado di esprimere i propri bisogni ed i propri sentimenti all’interno dello spazio condiviso delle relazioni, rispettando i bisogni ed i diritti degli altri; significa essere capaci di intessere rapporti autentici all’interno dei quali esprimere liberamente i propri punti di vista, senza sentirsi in dovere di compiacere gli altri a tutti i costi; comunicare apertamente le proprie emozioni, anche le più complesse, come, ad esempio, il disaccordo, senza per questo, sperimentare, successivamente, sensi di colpa.

La favola di Cenerentola
Purtroppo viviamo in una società, che sviluppa varie forme di finzione, che scoraggia la sincerità a favore della falsità. All’interno di tutto ciò alle donne viene dato il compito doppiamente difficile di partecipare abilmente a questi giochi sociali e, allo stesso tempo, di dover fingere un’assenza di bisogni spirituali. (Arnold M. Lazarus)
Quando Cenerentola disse di NO accaddero fatti meravigliosi: la zucca mutò in carrozza, i topolini diventarono splendidi destrieri, gli stracci sporchi di cenere e consumati da un estenuante sacrificio si trasformarono in un abito magnifico e, per finire, le scarpette di cristallo! Poi, l’essenziale comparsa del Principe Azzurro che salvò Cenerentola dalla malvagità di matrigna e sorellastre prendendola con sé e portandola (forse, rinchiudendola…) nel suo bel castello! Il seguito della storia di Cenerentola viene solitamente liquidato in poco più di due parole: “E vissero felici e contenti… The End.” , di più non è dato sapere.
Siamo sicuri che sia andata proprio così?
Perché, Cenerentola, trova così difficile dire di No? Cosa crede, cosa pensa di sé? Cosa prova? E perché solo a quel punto della sua triste storia, fatta di perdite, abusi e soprusi, trova il coraggio di ribellarsi alle imposizioni ed ai divieti delle perfide donne e di sfidare il destino? Perché, Cenerentola, arriva a credere che possa essere riscattata da una vita triste ed insoddisfacente solo dalla provvidenziale apparizione di questa variabile interveniente esterna, tal Azzurro Principe?
Assertività: tutti ne parlano, ma in pochi la conoscono…

L’assertività
Essere assertivi significa essere in grado di esprimere i propri bisogni ed i propri sentimenti all’interno dello spazio condiviso delle relazioni, rispettando i bisogni ed i diritti degli altri; significa essere capaci di intessere rapporti autentici all’interno dei quali esprimere liberamente i propri punti di vista, senza sentirsi in dovere di compiacere gli altri a tutti i costi; comunicare apertamente le proprie emozioni, anche le più complesse, come, ad esempio, il disaccordo, senza per questo, sperimentare, successivamente, sensi di colpa.
Per vivere in piena armonia con le altre persone e con se stessi, è indispensabile avere piena consapevolezza del proprio valore personale, avere una buona autostima, avere chiara coscienza della propria dignità di essere umano.

L’assertività delle donne nella società contemporanea
Le donne assertive, rarissime mosche bianche, risultano solitamente scomode perché spiazzano: dicono quello che pensano, sono sicure di sé, non si lasciano ferire, non mutano idea rispetto al proprio valore personale; hanno perfettamente chiari i propri diritti e le proprie esigenze e si muovono nel rispetto dei diritti e dei bisogni degli altri. Sono capaci di affermare la propria identità, i propri principi; sono efficaci quando si tratta di trovare spazio e tempo adeguati per l’espressione delle proprie emozioni, dei propri desideri, di ciò che sentono nel profondo; affrontano la paura di comunicare un No che probabilmente avrà un prezzo da pagare, che implicherà il rischio di risultare impopolari, il rischio di piacere di meno o, addirittura, non piacere affatto.
Nella nostra cultura, purtroppo, è da sempre consuetudine educare le femmine ad assumere un atteggiamento oblativo, ad essere sempre perfette e graziose, a compiacere, mettendo sempre in primo piano la soddisfazione dei bisogni degli altri, a votarsi al sacrificio personale in nome della famiglia, dei figli, del lavoro…
In un mondo in cui sembra che femminile debba per forza far rima con servile e sacrificabile; in cui le donne sono state abituate a chiedere, esprimere meno, pochissimo, in termini di bisogni, esigenze, emozioni, e ad avere meno, in termini di diritti, di lavoro, denaro, opportunità sembra altrettanto scontata l’enorme fatica di una donna, abituata ad essere passiva, a concepire la possibilità di esprimere assertivamente ciò che prova (disaccordo, tristezza, paura, rabbia), di comunicare le proprie esigenze, di dire quel No (sempre nel rispetto dei diritti e dei bisogni altrui) che potrebbe dispiacere qualcun altro.

Pensiamo, nello specifico, ad una giovane donna e madre, agli inizi di una faticosa carriera lavorativa, sulla quale abbia già investito tanto, che decida di non allattare al seno il proprio figlio e rientrare a lavoro entro breve tempo: non è difficile immaginare le critiche subite, asprissime; la disapprovazione ed il disprezzo da parte delle altre, superdonne, e di una abbondante fetta della comunità in cui vive. Probabilmente il costo di questa decisione, quando non sostenuta da una chiara coscienza del proprio valore personale, delle proprie esigenze, dei propri diritti di donna, di essere umano e della propria identità, sarà il tormento derivante dalla credenza indotta di essere una cattiva madre, un’egoista, ed il logorio dei sensi di colpa instillati da un ambiente a cui, per il suo NO, la donna smette di piacere e risulta una nota stonata.
Il sistema a cui appartiene, vuole che la donna, in quanto tale, debba imprescindibilmente prestarsi a compiere i sacrifici più estremi, smettere di sentirsi, smettere di essere, non pensare di esprimere i propri diritti, desideri e la propria volontà, in questo caso specifico, quella di non allattare al seno e di riprendere, velocemente, a curare la propria realtà professionale. La domanda di molti è stata: Perché ha deciso di mettere al mondo un figlio se poi vuol continuare a fare la donna in carriera? Sembra che non conti il fatto che il figlio, questa donna, come tutte le altre, non lo abbia fatto da sola, ma sia stato un progetto condiviso con un’altra persona, un padre, che però è un uomo e, grazie a questo, gli è riconosciuto il diritto di non distrarsi dalle proprie ambizioni, dalla propria realizzazione personale e professionale.
È assai comune che le donne, una volta diventate madri, siano poco tutelate soprattutto dal punto di vista lavorativo; capi e colleghi diventano, solitamente, molto poco tolleranti nei confronti di una madre le cui esigenze sono notevolmente cambiate. Alle donne, troppo spesso, non vengono concesse sfumature: siate tutte uguali! Desiderate ciò che è stabilito e giusto per gli altri! Non si esca fuori dal coro, pena il giudizio e l’allontanamento: adeguati o sei fuori. Dopo il concepimento, il più delle volte, viene accordata alle donne una sola possibilità, ovvero riconoscersi ed essere riconosciute nel ruolo di madre, perché, opinione comune vuole che una donna non sia più credibile in altri ruoli; un figlio è una distrazione troppo grande, una madre diventa un elemento inaffidabile, un terno al lotto, una bomba ad orologeria, di cui è meglio cercare di disfarsi… Cara donna, adegua, dunque, le tue esigenze al figlio (che hai già partorito con incommensurabile dolore e rischiando la vita) ed alla famiglia: la tua vita, d’ora in poi, saranno loro; in futuro, quando non avranno più bisogno di te, al costo di sacrifici inimmaginabili, forse, potrai tornare a pensare a te stessa ed alla tua professione ma, adesso, non sei più utile altrove…
Per alcune donne, scegliere di dedicarsi completamente alla famiglia, di accompagnare i propri figli durante la crescita, è una scelta voluta, sentita nel profondo del cuore, nella quale trovano piena realizzazione. Per altre donne, no. Il loro desiderio è, piuttosto, quello di trovare un giusto compromesso fra il ruolo abnegante di madre e gli altri ruoli, altre identità; sentono che, questa, è la cosa più giusta per il loro benessere. La tetta non è sempre garanzia d’amore né un biberon sfibra o riduce il bene profondo nutrito per i figli e la famiglia e, poi: meglio un biberon messo a disposizione con desiderio ed affetto o un capezzolo messo in bocca a malincuore?!
Purtroppo, però, la mancanza di assertività non permette ad una donna di comunicare, di trovare il modo per esprimere al compagno, ai familiari, o al datore di lavoro, ai colleghi che le proprie necessità sono cambiate, che ha il diritto di continuare a curare la propria professione e di continuare a contare sulla propria autonomia economica e che per questo ha bisogno e diritto al sostegno e ad una maggiore collaborazione. Piuttosto, la tendenza delle donne, in questi casi, è quella di assumere un atteggiamento remissivo, preferendo non rischiare, non esporsi, non esprimersi, sopportando, accontentandosi, adeguandosi, rinunciando-si…
Molte donne, come Cenerentola, imparano a vivere per la felicità altrui, senza mai porre limiti alle richieste degli altri, della società, e questo, spesso, accade per anni, qualche volta, per una vita intera. I capelli, giorno dopo giorno, vengono seccati dalla cenere, lo sguardo si spegne e le mani, la schiena, la vita appaiono logorate dal costante tentativo di tenere tutto sempre in ordine, unito, funzionante ed apparentemente perfetto; la mente non ha più spazio per l’immaginazione, per il desiderio di realizzazione personale, per l’ambizione; il cuore piccolo, troppo spesso pieno solo di una passiva speranza e della ferma credenza che solo l’arrivo di qualcuno, dal di fuori di loro stesse, possa salvarle, possa consentire loro di stare meglio.
Le donne anassertive non nutrono fiducia nei loro confronti, né nei loro pensieri, o nelle loro decisioni; non sono mai sicure, non si percepiscono forti né efficaci; non si sentono competenti e non credono in una loro personale capacità di apportare cambiamento; non si sentono mai veramente protagoniste della propria vita (non lo sono…), vivono la vita che qualcun altro ha pensato per loro e finiscono per non sapere più chi sono. Poi, all’improvviso, il dramma di non riconoscersi e di sentirsi soffocare dalla angoscia di una vita non voluta; il peso di quei sì, quasi mai sentiti, diventa insopportabile ed esplode la rabbia, incontenibile, assieme a tante altre fortissime emozioni. In queste occasioni incerte, dove la lucidità viene meno, vengono spesso prese le decisioni più improbabili e compiuti i celebri passi più lunghi della gamba, come Cenerentola che pensa di aver trovato la sua unica via d’uscita, la sua salvezza nel principe Azzurro ma, in realtà, di nuovo, affida la sua vita a qualcun altro, decide di salire con i suoi sogni, le sue speranze e il suo stesso corpo sul cavallo bianco e si aggrappa tenacemente al principe Azzurro, che la porta con sé in un castello che potrà facilmente, ancora una volta, trasformarsi in una gabbia stretta e soffocante.
Purtroppo, nella realtà, i comportamenti avventati, impulsivi, non ponderati, le esplosioni improvvise raramente si concludono con un “visse felice e contenta…”, ma il più delle volte, si tratta di imprese funamboliche destinate a fallire, di guizzi di falsa audacia, tentativi vacillanti, atteggiamenti che perdono mordente nel giro di poco tempo: una caduta nel vuoto; e cadere male, quasi sempre, fa male…
L’assertività, in sostanza, si declina nella capacità di svincolarsi dalla tendenza (purtroppo tipica di molte donne), di porsi in maniera sottomessa all’interno delle relazioni, nell’essere in grado di riuscire finalmente a dire NO quando è quello che si desidera; nella capacità di scegliere per se stessi senza delegare ad altri; nel non farsi tormentare dai sensi di colpa quando le proprie decisioni non sono condivise. Questo affrancamento dalla mancanza di assertività non deve tradursi nella volontà di affermarsi con aggressività o insolenza, cercando di prevaricare l’altro a tutti i costi; l’obiettivo non è quello di diventare cattive, o di trasformarsi in galline da combattimento…, ma …diventare donne battagliere, che vogliono e sanno imporsi, amanti della vita: niente di più, ma anche niente di meno. (Ute Ehrardt)
Generalmente, tutti, per imparare a scrivere fluentemente, abbiamo impiegato anni; ciò dovrebbe far riflettere sul fatto che se una persona ha funzionato per tanto tempo in un determinato modo e seguendo determinati schemi non può improvvisamente cambiare, ma deve essere disposta ad esercitarsi, a mettersi in gioco con criterio, ad avere il coraggio di provare e rischiare responsabilmente. È necessario imparare a sentire le proprie emozioni, a mettere in atto tanti tentativi, piccoli passi per ottenere dei cambiamenti concreti e duraturi. Questo comporta anche concedersi la possibilità di fallire e di tollerare i propri fallimenti, soprattutto, all’inizio di un cambiamento così importante come quello verso l’assertività.
Potrebbe essere un buon inizio riconoscere le proprie difficoltà, comprendere, ad esempio, in quali circostanze si funziona in maniera non assertiva; cosa ci accade in quelle situazioni? Cosa proviamo? Quali pensieri ci passano per la mente che non ci aiutano e ci impediscono di essere assertive? Quale potrebbe essere un pensiero più utile ai nostri scopi, che possa aiutarci concretamente a mettere in atto un comportamento più funzionale al nostro benessere? È indispensabile essere maggiormente presenti a se stesse per riuscire a porre le basi per il cambiamento. Pensarsi, volersi bene, riconoscersi come persone detentrici di diritti e con i propri bisogni da imparare ad esprimere chiaramente; accettare le critiche senza farsi travolgere; accettare il rischio di risultare meno popolari e meno piacevoli e, nonostante questo, continuare ad amarsi, andare avanti e ad avere una buona stima di sé.
Rinunciare ad esprimere le proprie emozioni, i propri desideri e i propri diritti, al cospetto dei desideri e dei bisogni degli altri, implica il pagamento di un prezzo inestimabile: perdere il senso di sé".

(Dott.ssa Linda Virga)

Resilienza: cos'è e a cosa serve

Con il termine "resilienza" si intende la capacità di far fronte ad eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.
In altre parole si tratta di una qualità che permette una sorta di adattamento creativo e costruttivo alle avversità.
Il termine, preso in prestito dalla scienza dei materiali e indicante la proprietà che alcuni elementi hanno di conservare la propria struttura, o riacquistare la forma originaria, dopo averla persa per essere stati deformati o schiacciati, definisce in psicologia la capacità della persona di riuscire a fronteggiare in modo costruttivo situazioni avverse.

Coloro che possiedono un alto livello di resilienza sono in grado di affrontare in modo efficace le contrarietà che possono presentarsi nel corso di vita, dando nuovo slancio alla propria esistenza ed anche raggiungere traguardi desiderati.
La resilienza, come funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto ai vissuti, all'esperienza e alle modificazioni dei meccanismi mentali che la sottendono, può incrementarsi e potenziarsi attraverso l'apprendimento.

Chi riesce al meglio a fronteggiare le avversità presenta di solito una serie di caratteristiche:
1) La convinzione di poter padroneggiare gli eventi che si verificano senza sentirsi in balia degli stessi (controllo)
2) La tendenza a farsi coinvolgere nelle attività (impegno)
3) La predisposizione ad accettare i cambiamenti (il piacere per le sfide)
Trattandosi di tre caratteristiche di cui si può avere consapevolezza, queste possono essere potenziate, stimolate, coltivate, incoraggiate.
Sostanzialmente si tratta di persone che si presentano ottimiste, flessibili, creative, in grado di lavorare insieme ad altre persone (in gruppo) e che attingono sovente dalle proprie e altrui esperienze.
La resilienza, dunque, non è una qualità che si presenta in modalità on/off (presente/assente) nell'individuo ma presuppone una serie di pensieri, comportamenti e azioni che possono essere appresi e implementati.
Avere un alto livello di resilienza non significa affatto non sperimentare disagi e difficoltà di vita, ma riuscire ad attivare le risorse che consentono di affrontarli e gestirli senza lasciarsi sopraffare da questi stessi eventi stressanti.
Ancora, possedere un elevato grado di resilienza non vuol dire non sbagliare, ma saper disporsi al cambiamento quando necessario, in modo da correggersi e raddrizzare la propria direzione, nell'ottica di un migliore adattamento creativo alla vita stessa.

Molteplici sono i fattori che concorrono a determinare un elevato livello di resilienza a partire dalla presenza di relazioni interpersonali positive: una rete di persone stimolanti, aperte e accoglienti, che consentano la creazione di spazi di condivisione in un clima di fiducia e sicurezza, tende ad accrescere il grado di resilienza dell'individuo stesso.
Ulteriori fattori costitutivi coinvolti in un alto grado di resilienza e che riguardano più strettamente la persona sono rintracciabili nella sua:
- capacità di darsi realistici obiettivi e mete di vita pianificando i passi per il loro raggiungimento in modo graduale;
- valutazione di sé positiva insieme a una buona consapevolezza delle proprie abilità e dei punti di forza
- competenza nel controllo degli impulsi e delle emozioni
- capacità di risoluzione dei problemi ("problem solving") e abilità comunicative adeguate

Diverse possono essere le strategie da ricercare e utilizzare per migliorare il proprio livello di resilienza. Da questo punto di vista, un modo utile per individuare quella maggiormente idonea può essere quello di focalizzare l'attenzione su esperienze passate in cui è possibile rintracciare quelle risorse personali che rappresentano i nostri punti di forza distintivi.

(Dott.ssa Francesca Sacchelli)

E' possibile implementare l'autostima?

Si, l'autostima non rappresenta una dote innata e può essere incrementata attraverso la pratica quotidiana. Propongo di seguito un articolo utile a fare chiarezza su questo concetto e su quanto sia importante avere una buona autostima per il ben-essere di vita:

"Secondo le classiche teorizzazioni di James l’autostima dipende dal rapporto che esiste fra il sé reale, ovvero quello che la persona pensa di sé, e il sé ideale, ossia come la persona vorrebbe essere.
La suddetta concezione, prevalentemente intraindividuale, non tiene conto delle variabili ambientali, cioè di quei fattori interindividuali che possono implementare o far decrescere l’autostima. Secondo Bracken gli individui traggono le informazioni sul loro valore dalla percezione degli altri. Questa conoscenza che l’alterità ha del soggetto, mediante un processo di retroazione, è influenzata dall’idea che il singolo ha di sé.
Per la Horney l’immagine e, quindi, l’impressione che l’uomo ha di sé dipendono dalla relazione che si è creata fra lui e le figure che lo hanno accudito. In altre parole, sono queste interazioni affettive, che si strutturano nel corso dei primi anni di vita, che determinano il volersi bene o l’odiarsi, viste come emozioni alla base dell’autostima o della disistima che l’individuo sviluppa nei propri confronti.

Le distorsioni cognitive
Ogni persona ha bisogno, sovente, di sapere quanto vale in termini globali, di stabilire, cioè, il proprio valore di merito e questo avviene analizzando e qualificando le esperienze vissute. Talvolta queste autoanalisi sono disturbate dalle distorsioni cognitive, ovvero da pensieri che inficiano la considerazione di sé.
Sacco e Beck indicano una serie di distorsioni cognitive, che sono:
le inferenze cognitive, attraverso le quali gli individui maturano delle idee arbitrarie su se stessi senza l’avallo di dati reali e obiettivi;
le astrazioni selettive, per mezzo delle quali un piccolo particolare negativo viene estrapolato, divenendo emblematico e rappresentativo del proprio modo di essere;
le sovrageneralizzazioni, per cui si è portati a generalizzare partendo, per esempio, da un singolo tratto di personalità che contraddistingue un individuo o da un singolo episodio esperienziale che lo ha visto protagonista;
la massimizzazione, che consente di implementare gli effetti negativi di una singola azione svolta;
la minimizzazione, la quale permette di rimpicciolire la portata positiva di qualche evento;
la personalizzazione, che autorizza a sentirsi colpevole per qualche evento negativo accaduto;
il pensiero dicotomico, che non ammette sfumature nell’ambito delle assunzioni di responsabilità, riconducendo l’analisi ai costrutti del tutto e niente.

Le strategie per incrementare l’autostima
Per accrescere la percezione positiva di sé esistono diverse strategie, quali:
l’incremento della tecnica del problem solving;
l’implementazione del dialogo interno (self – talk) positivo;
la ristrutturazione dello stile attribuzionale;
l’ampliamento dell’autocontrollo;
la modificazione degli standard cognitivi;
il potenziamento delle abilità comunicative.
L’autostima spesso è in funzione delle capacità che si hanno di risolvere i problemi. Solitamente la risoluzione delle difficoltà richiede una procedura suddivisa in fasi consequenziali, che sono:
la consapevolezza di avere un problema;
l’analisi di tale criticità nella sua interezza;
l’individuare un obiettivo che si vuol raggiungere, attraverso la risoluzione della problematica;
il focalizzare le differenti soluzioni per eliminare la difficoltà;
l’immaginare gli effetti pratici di ogni possibile soluzione;
il reperire la tattica ottimale che consente di dirimere il problema, attraverso il minore spreco di energie.
L’autostima può essere incrementata attraverso il dialogo positivo con se stessi, utilizzando la propria voce interiore. In altre parole, se noi per primi inviamo dei messaggi positivi alla nostra mente, è molto probabile che le autopercezioni possano migliorare.
Un notevole contributo all’implementazione dell’autostima è fornito dallo stile attribuzionale. In pratica, se siamo obiettivi possiamo riconoscere che frequentemente la causa di certi avvenimenti o situazioni che ci accadono e che inficiano la percezione di sé non dipende solo da noi, ma prevalentemente da alcuni eventi oggettivi sfavorevoli.
Un’altra maniera per incrementare l’autostima è la ristrutturazione cognitiva della percezione della realtà, utilizzando delle chiavi di lettura positive. In altri termini, l’abituarsi a leggere il positivo in quello che accade o si vive. In questo modo si incrementa il controllo dei pensieri, polarizzandoli verso la positività.
Spesso il modificare gli standard cognitivi che si hanno su di sé aiuta ad ampliare l’autostima. Infatti, laddove ci sono delle aspettative estremamente elevate, si corre il rischio di non essere all’altezza delle proprie attese e quindi di ipotecare negativamente le autopercezioni.
Infine, il possedere delle buone abilità comunicazionali, che consentono di stare bene con gli altri, incrementa la propria autostima.

L’autoefficacia
Connessa all’autostima è la sensazione di possedere il controllo della propria vita e degli avvenimenti che accadono. In sostanza, più questa percezione è strutturata e più si consolida l’autostima.
Importantissimo, inoltre, nella percezione dell’autostima è il senso di autoefficacia. Con tale costrutto, come messo in evidenza da Bandura , si intende la fiducia nelle proprie capacità di escogitare delle strategie che consentono di affrontare nel modo ottimale qualsiasi evenienza. Il concetto di autoefficacia viene implementato:
dall’esito brillante di precedenti situazioni problematiche affrontate;
dalle esperienze vicarie, ovvero dall’aver visto altri fronteggiare contesti situazionali difficoltosi e di esserne usciti vittoriosi;
dalle autopersuasioni positive;
dallo stato di benessere derivante dall’aver superato prove particolarmente impegnative;
dalla capacità di immaginarsi vincenti in esperienze gravose."

(Dott. Vincenzo Amendolagine)

Motivazione: come incrementarla.

"Elaborata dagli psicologi Deci e Ryan dell’Università di Rochester (USA), la Self Determination Theory è una teoria della motivazione (Deci e Ryan, 1985) che spiega quanto sia importante, per la crescita personale e l’autostima, non solo svolgere attività nelle quali ci sentiamo bravi e competenti, ma anche e soprattutto scegliere di fare qualcosa che ci piace, sulla base di valori personali e obiettivi da raggiungere. In poche parole, compiere scelte autonome.
Quando le persone sono libere di scegliere, si sentono più motivate.
Questa ipotesi ha trovato riscontro in un esperimento condotto dai due studiosi. Si invitavano alcuni soggetti che si trovavano in una sala d’aspetto, a fare ciò che volevano (gruppo di controllo) e altri a leggere le riviste messe a disposizione sul tavolo (gruppo sperimentale). Gli esiti dell’esperimento hanno dimostrato che i soggetti “forzati” a leggere, senza poter fare altro, hanno reagito con scarsa concentrazione, fastidio e diminuzione di interesse durante l’attesa. Al contrario, i soggetti lasciati liberi di scegliere come passare il tempo, ad esempio parlando tra di loro, o leggendo il giornale per libera scelta, hanno manifestato una concentrazione maggiore nell’attività e più tolleranza all’attesa.
Questo esperimento suggerisce che l’essere pilotati nelle scelte, riduce la motivazione intrinseca intesa come autodeterminazione, in quanto si percepisce un senso di controllo esterno. L’ambiente sociale (ad es. la famiglia o la scuola) può incoraggiare l’autodeterminazione attraverso il soddisfacimento di tre bisogni psicologici fondamentali: competenza, autonomia e relazione (De Beni, Carretti, Moè e Pazzaglia 2014). Questi tre bisogni sono presenti sin dalla nascita. Il primo riguarda il sentirsi capaci, il secondo le scelte autonome e il terzo la costruzione di legami sociali positivi. Purtroppo non sempre questi bisogni trovano un modo per esprimersi. Si pensi all’adulto che fa credere al bambino di non possedere le qualità adatte per seguire un percorso o di essere “non portato”. Un ulteriore fattore che abbassa la percezione di autodeterminazione è il tempo limite, cioè la scadenza: accresce l’ansia e porta le persone a concentrarsi sul risultato, trascurando il contenuto dell’esperienza (emozioni, obiettivi e così via).
Secondo Deci e Ryan (2000) fornendo sostegno all’autonomia, si raggiungono forme di motivazione intrinseca, il motore di ogni attività svolta con fiducia e passione.
Il concetto di autoregolazione è molto importante dal punto di vista motivazionale. Essa si riferisce al controllo dei risultati che via via si ottengono durante lo svolgimento di un’attività, gestendo le varie fasi del processo: la pianificazione, il controllo e la valutazione del proprio comportamento rivolto a uno scopo, modificandone il contesto e apportando degli aggiustamenti se necessario.
La regolazione esterna riguarda rinforzi o minacce di punizione: la scelta è strumentale a qualcos’altro (ad es. un premio);
la regolazione introiettata consiste nel fare qualcosa con autocontrollo, senza che ancora venga sentita come parte di Sé;
la regolazione per identificazione richiama valori in cui si crede (ad es. un obiettivo);
la regolazione integrata, per cui l’attività viene svolta come fosse espressione del Sé. A questo punto dello sviluppo il locus è sicuramente interno.
Quando siamo profondamente concentrati in un’attività che ci appassiona, si verifica quella che prende il nome di “esperienza di flusso” (Csikszentmihalyi e Csikszentmihalyi, 2006), non esiste nient’altro che l’attività, si crea una sorta di fusione tra l’attività e il Sé, laddove si possono esplicare le abilità senza tante difficoltà, dimenticandosi del tempo che scorre.
Per la maggior parte delle persone, non è intuitivamente ovvio che cosa fare per preservare lo scopo prefissato e per raggiungere gli obiettivi prestabiliti, ma esistono delle tecniche cognitive-comportamentali per migliorare le capacità di perseguire lo scopo, o quando si avverte una estinzione anticipata del bisogno di raggiungerlo, e quindi sopraggiungono i pensieri sabotanti. In questo caso, processi specifici di pensiero e alcune abilità comportamentali potrebbero aiutare a incrementare la motivazione e la forza di volontà, che cominciano a scarseggiare. un elenco di competenze essenziali da mettere in pratica.

Tecniche per aumentare la motivazione:
1. Sviluppare un obiettivo ragionevole e un piano di lavoro che permetta di perseguire lo scopo. Quindi, niente obiettivi irrealistici, ma iniziare con cose molto semplici e concrete.
2. Creare un elenco di motivazioni molto forti che portino a raggiungere l’obiettivo prefissato. E’ necessario leggere questa lista ogni mattina e ogni volta in cui si è tentati di abbandonare l’obiettivo, anche, e soprattutto, quando non si ha voglia di farlo.
3. Darsi credito ogni volta che ci si impegna in comportamenti progettati per raggiungere l’obiettivo prestabilito ed evitare comportamenti che, al contrario, tengono lontani dal perseguimento dello scopo.
4. Impostare una lista di cose giornaliere da realizzare, alla quale rendere conto nel caso in cui non si riuscisse a portarla a termine.
5. Non assecondare il pensiero sabotante, ovvero lasciarlo scorrere nella propria mente tenendo fermo il proprio obiettivo.
6. Identificare gli ostacoli e risolvere i problemi in anticipo, sapendo che uscendo fuori dal piano di lavoro prefissato è facile incappare in infinite tentazioni.
7. Preparasi ad affrontare i sentimenti di scoraggiamento, di delusione e di privazioni che scaturiscono nel momento in cui non si dovessero raggiungere gli obiettivi stabiliti.
8. Decidere su come ricompensare se stessi quando si raggiungono gli obiettivi e i sotto-obiettivi.
9. Focalizzarsi sulle esperienze che vale la pena di fare per facilitare il raggiungimento dell’obiettivo.
10. Tornare al punto numero 1 quando si va “fuori pista”.
Queste strategie sono molto importanti per riuscire a tenere alta ed amplificare la motivazione e la forza di volontà, quando, inevitabilmente, tenderanno a diminuire. Quando il gioco si fa duro, la motivazione e la forza di volontà cominciano a giocare."

(Dott.sse Miriam Melani e Francesca Fiore)

Stili di attaccamento e relazioni in età adulta

Le ferite infantili dei non amati e le dinamiche di coppia in età adulta

Tutti noi, dalla nascita alla morte siamo al massimo della felicità quando la nostra vita è organizzata come una serie di escursioni, lunghe o brevi, dalla base sicura fornita dalle nostre figure di attaccamento.- John Bowlby –
Esistono elementi di carattere psicologico che influenzano la scelta di un partner? Esistono delle affinità che fungono da collante per il mantenimento e la stabilità di un legame sentimentale? Nella maggior parte delle storie di vita delle coppie,  le lacune dei loro attuali rapporti, hanno radici lontane, con sede in esperienze amorose non felici vissute nell’infanzia, che hanno poi condizionato ed influenzato profondamente le successive relazioni amicali e sentimentali, creando una “ferita emotiva del non amore” e della sofferenza.
Già da tempo, sono stati condotti studi che spiegano come stili di attaccamento diversi nell’età infantile possano essere implicati con il benessere o l’insoddisfazione nella vita di coppia e nelle dinamiche della relazione. Cosa sono gli stili di attaccamento? Quali sono? In che senso determinano le relazioni interpersonali, i legami affettivi futuri del bambino?
Per approfondimento leggi l’articolo “Le 5 ferite infantili con le rispettive maschere”

Per rispondere a queste domande è doveroso citare  John Bowlby, psicanalista britannico che formulò e descrisse, tramite ricerche condotte sperimentalmente, la teoria dell’attaccamento, descrivendo così il legame affettivo ed emotivo che viene ad instaurarsi tra madre e bambino.
La teoria dell’attaccamento ci fornisce, quindi, una cornice evolutiva all’interno della quale è possibile comprendere meglio alcune dinamiche di coppia. Infatti le modalità con cui ci leghiamo affettivamente ad un‘altra persona riflettono il modello strutturatosi nel rapporto madre-bambino, poiché proprio su questa relazione precoce si basano le rappresentazioni mentali di se stessi, dell’altro e di se stessi in relazione con l’altro.
Chi da bambino, ha dovuto implorare amore, barattandolo con ottimi voti o prestazioni sportive performanti, ha chiaramente subito un torto, in quanto l’amore non si permuta, né è una moneta di scambio, ma è totalizzante e totalmente “discendente”. Questo sfortunato infante, adulto di domani, non sarà capace di modulare l’amore durante le future esperienze di coppia, oscillando tra un desiderio massiccio e mai del tutto appagato di amore assoluto e fusionale (nutrito sempre e comunque da angosce abbandoniche) al non amore, trincerandosi dietro una corazza difensiva.

Secondo Bowlby, “l’attaccamento è un qualcosa che, non essendo influenzabile da situazioni momentanee, perdura nel tempo dopo essersi strutturato nei primi mesi di vita intorno ad un’unica figura; è molto probabile che tale legame si instauri con la madre, dato che è la prima ad occuparsi del bambino” ma, come Bowlby ritiene, “non sussiste nessun dato che avalli l’idea che un padre non possa diventare figura di attaccamento nel caso in cui sia lui a dispensare le cure al bambino”.
Un’originaria mancanza d’amore, porta con sé, con effetto domino, una serie di tante altre mancanze e lacune, che inevitabilmente andranno a sfociare nel rapporto di coppia. Le “ferite dei non amati”, sono la causa di una carenza di “fiducia di base” e di amore verso se stessi e, dopo verso il partner; chi ha sperimentato quell’antica dolente, sanguinolenta ferita, non sarà mai capace di “amarsi”, “amare” e, soprattutto “lasciarsi amare”.
Stili di attaccamento, teoria di Bowlby
Bowlby descrisse tre stili di attaccamento che caratterizzano il tipo di attaccamento del bambino alla figura accudente.
1)Stile sicuro
il bambino sa che nella figura accudente ha un “porto” sicuro dal quale si può allontanare per esplorare il mondo e al quale può ritornare qualora qualcosa lo turbi o ne senta la necessità.
La figura accudente è sensibile ai segnali del bambino, disponibile e pronta a dargli protezione nel momento in cui il bambino lo richiede.
Tratti caratteriali
I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: sicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di essere amabile, capacità di sopportare distacchi prolungati, nessun timore di abbandono, fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri, Sé positivo e affidabile. L’emozione predominante è la gioia.
Relazioni in età adulta/ la sua relazione di coppia sarà: l’Amore Sicuro
Le relazioni interpersonali future in generale saranno improntate sul rispetto di sé e dell’altro, sulla stima e sulla fiducia e nelle relazioni amorose sarà portato a ricercare partners che abbiano la sua stessa “sicurezza”, dunque le sue relazioni saranno durature ed equilibrate e tenderà a superare i conflitti e le difficoltà con strategie adeguate alla situazione.

2)Stile insicuro/evitante
il bambino percepisce la figura accudente come qualcuno a cui non chiedere aiuto nel momento del bisogno, poiché tale figura si dimostra inaffidabile, poco presente e spesso rifiutante.
Tratti caratteriali
I tratti caratterizzanti di questo stile sono: insicurezza e sfiducia nel mondo esterno, tendenza all’evitamento per paura del rifiuto, apparente “autosufficienza”,convinzione di non essere amato. Emozione predominante è la tristezza.

Relazioni in età adulta/ la sua relazione di coppia sarà: Amore freddo e distaccato
Le relazioni interpersonali future saranno caratterizzate da freddezza emotiva. Il bambino ormai divenuto adulto ed avendo interiorizzato la madre “rifiutante”, cercherà in tutti i modi di difendersi da eventuali esperienze altrettanto rifiutanti. Le relazioni amorose saranno sempre prive di un totale coinvolgimento. Tenderà a non mostrare affetto nelle relazioni .
Inoltre non si sentirà a proprio agio con le richieste di supporto o le manifestazioni di dipendenza del partner. Preferisce evitare i conflitti o altre manifestazioni emozionali e rapidamente si sente intrappolato o annoiato dalla relazione.
L’imperativo categorico di un individuo con questo tipo di attaccamento consisterà, durante la propria esistenza, nel non farsi coinvolgere emotivamente nelle relazioni interpersonali instaurate, e la sua vita sarà improntata tutta sul desiderio di conquista di un’autonomia e autosufficienza personale che escluda, in caso di necessità, il ricorso agli altri, considerati individui inaffidabili e su cui contar poco.
Questa vera e propria strategia di vita, in realtà, non è altro che una misura di prevenzione contro il rischio di ulteriori delusioni, dovute ad esperienze di eventuali rifiuti.
3)Stile ansioso/ambivalente
il bambino percepisce la figura d’attaccamento come disponibile in maniera discontinua: a volte la madre è presente, ma spesso è assente.
Tratti caratteriali
L’esplorazione del mondo risulterà insicura, connotata da ansia. In questi bambini è presente l’”ansia da abbandono”,essendo la minaccia preferita dalle figure accudenti: “Se non fai ciò che ti dico ti abbandono”. Il bambino si percepirà come persona da amare in maniera discontinua. Il sentimento che lo caratterizzerà sarà la colpa.
Relazioni in età adulta/ la sua relazione di coppia sarà : l’Amore Ossessivo
Egli sarà più volte trascinato dal vortice della passione, pensando di aver trovato la persona giusta. In realtà, andrà incontro ad idealizzazioni eccessive di persone che presentano, al contrario, proprio quei tratti caratteriali che egli stesso odia. Inoltre visto l’imprevedibilità e l’ambivalenza del suo legame di attaccamento, svilupperà un modello di persona da amare in maniera discontinua e ad intermittenza.
Da ciò ne consegue che quando all’interno di una relazione amorosa prevarranno i modelli positivi del sé, come persona degna di amore, allora penserà di essere amato profondamente e rispettato dal partner, ma quando prenderanno il sopravvento i modelli negativi del sé, come persona vulnerabile e non degna di amore, allora sarà facilmente trascinato nel tunnel della gelosia più estrema, dando vita ad una relazione ossessiva, possessiva e autoritaria: non mancano, talvolta, reazioni di aggressività fisica piuttosto violente.
Il problema principale del soggetto insicuro-ambivalente è che “…rimane sempre nella fase dell’innamoramento. La sua ansia da separazione è sempre all’estremo. Il suo amore è sempre ossessivo. Il suo odio è sempre travolgente. La possibilità di esplorare il mondo, di essere contento e di amare sulla base della sicurezza che può offrire una relazione consolidata sono per lui dimensioni sconosciute.
Evoluzione della teoria di attaccamento
Lo stile di cui stiamo per parlare venne individuato dagli psicologi statunitensi Main e da Salomon durante l’osservazione di gruppi di bambini: alcuni di essi durante la situazione di stress ( Strange Situation) non si comportavano in alcuno dei modi sopra descritti da Bowlby, per cui venne ritenuto necessario dar vita ad un quarto stile.
4)Stile disorientato/disorganizzato
Le figure di accudimento sono spaventate e spaventanti e il bambino può mostrare reazioni completamente opposte nello stesso breve lasso di tempo di fronte a situazioni stressanti. Per esempio: si butta a terra e piange quando la figura di accadimento si allontana e andarle incontro con il volto girato dall’altra parte quando ritorna.
L immagine di sé e dell’altro è vissuta in maniera negativa, vi è rifiuto dell’intimità e spesso conflitto tra questo e la ricerca dell’altro dal quale tali soggetti a volte si mostrano dipendenti. Il soggetto lamenterà solitudine e paura di non piacere se non riesce a trovare una persona con cui stare.
Relazioni in età adulta/la sua relazione di coppia sarà: l’Amore Patologico
Quando instaurerà una relazione di coppia , assumerà un ruolo passivo, colpevolizzandosi eccessivamente per i problemi interni alla coppia stessa. Egli cercherà disperatamente delle relazioni ma per lui l’altro è un nemico che gli farà del male, l’incapacità quindi di sceglier partner affidabili provocherà solo un susseguirsi di esperienze emozionali intense e drammatiche fra loro disconnesse: collera, vuoto affettivo, noia, terrore di essere abbandonato.
Alla luce di ciò, ci rendiamo conto di quanto sia importante nella scelta del partner, avere ricevuto una “base d’amore sicura” durante l’infanzia, luogo simbolico deputato alla costruzione dell’autostima.
È possibile guarire? Guarire è possibile, bisogna in primis amare se stessi e liberarsi da relazioni che logorano. Ciascuno di noi può trasformare le emozioni dentro di sé, accettare il passato e ricostruire il presente.

(Dott.ssa Ana Maria Sepe)

Comunicazione verbale e non verbale

Il primo assioma della comunicazione umana recita:
"E' impossibile non comunicare".
(Paul Watzlawick)

Cosa significa?
Approfondiamo l'argomento insieme

R: Comunicazione verbale e non verbale

sostanzialmente significa che tutti i comportamenti, verbali e non, hanno valore di messaggio nell'interazione fra due persone

R: R: Comunicazione verbale e non verbale

potreste fare un esempio concreto di comportamento non verbale con valore di messaggio incongruo rispetto a quello della comunicazione verbale in uno stesso scambio interattivo?

Nuovo commento

Il contributo di Carl Rogers: la comprensione empatica e il cambiamento

 

(di Francesca Sacchelli)

 

“Se veramente mi permetto di capire un'altra persona, posso essere cambiato da quanto comprendo” (Rogers C., pag.36, 2013). Negli anni ’60 Carl Rogers, esponente principale della psicologia umanistica, con il suo approccio non direttivo centrato sulla persona, tratta dell’ascolto e della comprensione empatica come di una delle tre condizioni necessarie e sufficienti affinchè l’intervento di aiuto volto alla modificazione personale sia efficace. In quest’ottica l’empatia consiste in un particolare atteggiamento pscicologico dell'operatore della relazione di aiuto, una competenza cardine, che lo porta a sentire il mondo privato del cliente “come se” fosse il proprio, senza tuttavia smarrire mai questa condizione del “come se”, così da non aggiungere le proprie emozioni e sentimenti a quelli del cliente. Si tratta in altri termini del processo esperienziale ed interpersonale dell’entrare in contatto profondo con il mondo interiore di un’altra persona riuscendo a seguirne, sintonizzandosi con essi, sfumature di senso e sentimento, cum-prendendo l’essenza del suo vissuto nel qui e ora...(Leggi di più)

The only person who is educated is the one who has learned how to learn and change. The good life is a process, not a state of being. It is a direction, not a destination

  (Carl Rogers) 

I do my thing and you do your thing. I am not in this world to live up to your expectations, and you are not in this world to live up to mine. You are you, and I am I, and if by chance we find each other, it's beautiful. If not, it can't be helped

(F.S. Perls)

The only real voyage of discovery consists not in seeking new landscapes, but in having new eyes

(M. Proust)

Dragonfly: la creatura del vento e del cambiamento favorevole               

Una leggenda narra di come la libellula fosse una volta un drago molto saggio che volando portava la luce, di notte, grazie al suo respiro di fuoco. Il suo magico respiro creò l’arte della magia e l’illusione della forma cangiante. Tradizionalmente, la libellula è il simbolo della trasformazione e del costante processo di cambiamento nella vita. Anche se trascorre la maggior parte della sua esistenza sul fondo di uno stagno, la libellula emerge poi dall’abisso e impara a volare. Graziosa ed elegante, capace di incredibili manovre aeree, con le sue ali lucenti, piene dei colori dell’arcobaleno, si fa strada attraverso il peso dell’acqua e nella luce del sole, ottenendo quello di cui ha bisogno per cambiare e svilupparsi. Quando è pronta, mette da parte il suo involucro protettivo e vola via dallo stagno...(Leggi di più)

 

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